Opeth – Recensione: Heritage

La transazione che ha portato una band di matrice death metal (seppur atipico) a comporre un album come “Heritage” non è così stravolgente perché le avvisaglie che gli Opeth avrebbero prima o poi partorito un album prettamente prog lo si poteva dedurre dalle contaminazioni che avevano espanso i confini proprio di quel death degli esordi; forse però non ci saremmo aspettati una connotazione così settantiana di rock data anche da una produzione dai toni vintage e dilatati comunque di spessore assoluto.

Mikael Åkerfeldt decide di abbandonare completamente il growl! Così facendo ci sarebbe stato il rischio di ascoltare una prestazione monocorde e noiosa anche se ad esempio “Burden” pezzo contenuto sul lavoro precedente aveva già dato avvisaglie più che positive a livello d’intensità vocale; il nostro infatti già da “The Devil’s Orchard” si esibisce in una grande prova canora dando libero sfogo in parallelo al suo amato guitar work acustico (“I Feel The Dark”) che ha ormai contagiato anche un musicista d’estrazione hard rock come Fredrik Åkesson. L’approccio di questo nuovo lavoro (nel quale la band di Stoccolma torna a collaborare con Steven Wilson anche se solo per il mixing) potrebbe ricordare nelle intenzioni lo splendido “Damnation” del 2003 (“Folklore” si muove sicuramente in quella direzione) ma mentre quel lavoro era soft, psichedelico e mellow dall’inizio alla fine qui la struttura dei pezzi rimane quella degli album più corposi, in particolare “Ghost Reveries” e “Watershed” resa però in salsa classic rock e prog (in alcuni passaggi di Hammond e chitarra sembra davvero di sentire svariate icone storiche come Deep Purple, Yes, Genesis o Jethro Tull). “Slither” è esemplificativa del fatto che gli Opeth sono ancora in grado di viaggiare sostenuti ma con un nuovo vestito addosso; a livello di line up stupisce in questo senso il drumming di Martin Axenrot (“Häxprocess”) che rende più raffinata la sua prova e ci auguriamo che ciò si possa notare anche in sede live.

Per tornare al discorso iniziale il percorso degli svedesi era preventivabile però viene comunque stravolto da un approccio nuovo; di conseguenza “Heritage” diventa il lavoro al contempo più e meno accessibile degli svedesi che per il totale distacco dall’universo death metal forse richiedono ai fan un salto della barricata eccessivo e repentino.

Voto recensore
7
Etichetta: Roadrunner

Anno: 2011

Tracklist:

01. Heritage

02. The Devil’s Orchard

03. I Feel The Dark

04. Slither

05. Nepenthe

06. Häxprocess

07. Famine

08. The Lines In My Hands

09. Folklore

10. Marrow Of The Earth


Sito Web: http://www.opeth.com

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

5 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Paolo

    Concordo con quanto scritto nella rece… anche se per me il voto sarebbe stato 8,5!!!!
    Per me è un vero capolavoro… li seguo sin da morningrise e non mi hanno mai deluso… non mi stupisco affatto di un simile lavoro, del resto sebbene abbiano cambiato pelle il loro trademark resta riconoscibilissimo, il DNA è sempre quello… hanno raggiunto una maturità tale che qualuque genere decidessero di suonare resterebbero sempre coerenti a se stessi… qualità che solo i grandi hanno! la loro è stata una lenta metamorfosi ma deltutto naturale e coerente mai dettata da questioni commerciali o di convenienza. Infine concordo su quanto scritto per Axenrot, è cresciuto tantissimo e per la prima volta non ho rimpiato il suo grandissimo predecessore!

    Grandi Opeth… attualmente sono i MIGLIORI!!!!!!

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  2. Alex

    bell’album mi piace! direi coraggioso! Voto 8

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  3. LUGREZZO

    bisogna apprezzare l’esperimento ben riuscito. il canto di akerfeldt è mostruosamente libero. la batteria di axenrot è fottutamente progressiva, e il basso di mendez finalmente se fa sentì alla grande…. insomma dei geni che si fanno amare anche sradicando al massimo le loro origini.
    il punto debole è proprio questo: è un ottimo album prog rock, ma è un pessimo album in stile opeth…. cioè ste baracconate sono ideate dalle stesse menti di ghost reveries, l’immenso watershed e blackwater park… la cosa suona bene, ma non nel modo giusto….
    per concludere: buon esperimento(isolato) ma se devo amare gli opeth per questo prog rock andrei in esilio
    voto 7

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  4. Federico Fondacci

    Gran disco!
    Finalmente una recensione che si limita a dare una panoramica oggettiva del disco!

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  5. Massimiliano

    Cagata paurosa.
    Quando esce il vero disco degli opeth?!

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