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Hell In The Club – Recensione: F.U.B.A.R.

Formazione piemontese che dagli inizi (datati 2009) ha goduto di un’invidiabile stabilità, con il solo seggiolino del batterista passato di mano per tre volte, gli Hell In The Club hanno saputo anche brillare per consistenza e qualità del risultato: con sei album pubblicati in dodici anni la costanza di rendimento è un dato del quale andare fieri, soprattutto navigando in acque italiane, al quale si aggiunge un’intensa attività live che ha ulteriormente consolidato la tecnica e l’affiatamento tra Davide Moras (voce), Andrea Piccardi (chitarra), Andrea Buratto (basso) e Marco Lazzarini (batteria). Considerati alla stregua di un supergruppo risultato della fusione fra Elvenking e Secret Sphere, il loro hard rock esplosivo ha saputo conquistarsi una visibilità che va ben oltre i confini nazionali: USA, Giappone, Germania, Francia… sono solo alcune delle nazioni dove i dischi della band sono stati distribuiti ottenendo – incluse le lusinghiere parole recentemente spese anche da metallus.it – ottimi riscontri. Registrato prevalentemente ad Alessandria presso lo studio Truck Me Hard e mixato da Simone Mularoni (DGM) in quel di San Marino, “F.U.B.A.R.” (acronimo di fucked up beyond all recognition) presenta undici tracce di matrice hard n’heavy con quel tocco melodico/glam che ha da sempre contraddistinto il carattere degli Hell In The Club. Godendo di una produzione davvero ottima, il disco si apre con una “Sidonie” che fa dell’approccio melodico il suo carattere distintivo: l’opener è una canzone che sa fondere con tutta l’esperienza che ci si aspetterebbe da una band rodata la melodia corale del ritornello con una parte strumentale elegante, come a dire che lo spessore sottostante – benchè mai d’intralcio al puro divertimento – è il vero segreto della longevità di questa realtà.

Hell In The Club - "Sidonie" - Official Music Video

Sempre i cori sono protagonisti nella successiva “The Arrival”, una traccia che sa di Firehouse, Edguy e Motley Crue, forse solo con quel briciolo di cuore in più che associamo alla cultura mediterranea ed italiana in particolare. La successiva “Total Disaster” alza leggermente il ritmo, piazzando la sezione ritmica in primo piano e poi procedendo spedita verso un ritornello che – ancora una volta – arriva dopo meno di un minuto e senza volersi fare troppo attendere. Questa impostazione dritta al punto e priva di orpelli contribuisce alla bella percezione di un disco riccamente orchestrato ma allo stesso tempo sobrio ed asciutto, due caratteristiche che – sarà pure banale – fanno molto “disco della maturità”. “F.U.B.A.R.” non si rifugia dietro ad un’immagine punk e sguaiata (un artificio che a volte i gruppi, anche quelli di insospettabile provenienza scandinava, usano per mascherare una sottile mancanza d’idee), evitando un po’ a sorpresa ogni tipo di eccesso. Se proprio dovessi fare un parallelo, lo farei con i tedeschi Kissin’ Dynamite (“The Kid”), che come pochi e non solo in Europa sanno coniugare un’immagine divertente e divertita con una rara solidità tecnica e compositiva. Ecco, è come se gli Hell In The Club del 2023 fossero diventati un po’ tedeschi – nel senso più stereotipato ed ignorantizio del genere – nel loro approccio alla misura ed alla sostanza (“Tainted Sky”), aggiungendo un tocco personale che si avverte nelle melodie (tutte buone) e nel drumming di Marco Lazzarini, qui più lineare quattro/quarti e strettamente funzionale che altrove ma in ogni caso prodigo di piccoli tocchi ed accenti che ti fanno sentire la grinta ed il sudore, senza i quali questa musica non potrebbe esistere.

Nonostante idee così chiare, questo sesto album non rappresenta comunque un’uscita monocorde: alcuni episodi suonano ad esempio leggermente più street ed acerbi, quasi a voler assicurare una continuità con quanto prodotto in gioventù: “Cimitero Vivente” non è purtroppo cantata in italiano ma gode di un tiro trascinante di natura tipicamente heavy ed anche la successiva “Sleepless” porta la chitarra di Andrea sugli scudi un po’ come facevano i Roxy Blue (il loro indimenticabile, ma dimenticato, “Want Some?” ha compiuto trent’anni l’anno scorso), riportando alla mente le atmosfere del mitico Whisky A Go Go di West Hollywood, in California. Non manca infine una chiusura alla Death SS, con un riffing di chitarra intrigante e sinistro ed il timbro di Dave agile nel passare dalle parti sussurrate iniziali a quelle cantate con notevole estensione e musicalità, per un finale tutto da ricordare. Nonostante la seconda parte del disco presenti un approccio più fisico (“The End Of All”) e meno controllato rispetto alle quadratissime tracce d’apertura, “F.U.B.A.R.” è un disco nel quale accessibilità e solidità si combinano sempre ed in un modo che difficilmente può essere migliorato: dai riff accattivanti alla contagiosa voglia di divertirsi, passando per gli episodi più maturi che a mio parere ne definiscono la natura e la vera ambizione, questa nuova uscita degli Hell In The Club è il classico prodotto capace di allargare ed accontentare la platea: bello da ascoltare e da recensire, divertente da suonare e pure facile da vendere, “F.U.B.A.R.” offre quaranta minuti di energico rock Made in Italy tra le cui note tutti ballano, si divertono, e vincono.

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