Heavy Star – Recensione: Ride On

Fondati nel 2014 dal chitarrista romano Marco “Kace” Capasso (musicista esperto che tra le sue band preferite annovera Def Leppard, Tesla, Kiss, Van Halen, Gotthard, Whitesnake, Night Ranger e Ratt), gli Heavy Star hanno pubblicato “Electric Overdrive” due anni più tardi, salvo poi perdersi – solo temporaneamente – nelle nebbie a causa degli eventi pandemici e di cambi di formazione che li hanno visti perdere cantante e chitarrista. Per il quartetto non era però giunto il momento di gettare la spugna, in virtù di una ritrovata stabilità (anche grazie all’ingresso del nuovo cantante Corrado Quoiani) e della stesura di nuovo materiale che è confluito in questo nuovo “Ride On”. Registrato nel corso dell’anno passato con la produzione esecutiva di Carsten Nielsen, presidente dell’etichetta danese Lions Pride Music, questo nuovo lavoro si propone ancora una volta di fondere NWOBHM, Hair Metal e Glam, all’insegna di un tipo di rock che agli ascoltatori più attempati offre un mix malinconico, nostalgico ed energetico al tempo stesso. L’apertura di “My Lady Firefly” presenta tutti gli ingredienti al posto giusto: dall’ottimo arrangiamento dei cori al riffing piuttosto vario offerto dalla chitarra vivace dello stesso Kace, passando per un’interpretazione vocale che strofa dopo strofa si fa sempre più sicura ed autorevole, il brano si fa apprezzare per essere tutto tranne che conservativo. I suoi cinque minuti, al contrario, sembrano voler offrire una carrellata di tutto quanto fa hard rock, e lo fanno in un modo completo dal punto di vista della ricerca stilistica ma anche, non meno importante, trascinante e sempre piacevole da ascoltare.

Nonostante una produzione competente ma non ancora stellare, gli Heavy Star danno subito l’impressione di voler picchiare forte, infilando subito dopo in scaletta un altro pezzo di presa immediata che, per attitudine e cantato, mi ha ricordato i Roxy Blue del bellissimo “Want Some?” (1992), autori di un rock melodico e stradale nel quale anche la componente blues rivestiva un ruolo di primo piano. La formazione italiana contempla in realtà elementi più heavy, come si intuisce dalla libertà con la quale il batterista Adriano “Jukka” Merico può spingere sull’acceleratore suggerendo un’idea di divertimento spontaneo che rende l’esperienza di “Ride On” ancora più fisica ed autentica. Tra richiami seventies ai The Knack (quelli di “My Sharona”), testi disimpegnati che in fondo ci stanno (“Lexi Love”), notevoli intuizioni nordiche che mi hanno ricordato gli svedesi Ammunition di Age Sten Nielsen (“Lifeline”) e divertenti svisate di basso a cura di Daniele “Vinz” Papale, l’immagine degli Heavy Star è quella di una band che, per quanto questo sia solamente il secondo disco della discografia, non ha certamente riposato sugli allori. Dal punto di vista del songwriting, in particolare, ogni traccia suona positivamente ricca, piena di idee e citazioni, generalmente ben orchestrata: e se ogni tanto all’interno delle strofe qualche pezzetto sembra perdersi per strada, bene, questo non fa altro che contribuire ad un’idea di incontenibile energia, di contagioso entusiasmo che – registrata la capacità dei nostri di scrivere ritornelli e suonare coesi – diverte, convince e coinvolge ancora di più.

Se si prende in considerazione anche la storia relativamente travagliata di una band che in dieci anni avrebbe forse potuto produrre di più, visto il potenziale, “Ride On” diventa non solo un gran bel disco ma anche un simbolo di amore e sopravvivenza, resilienza e rivalsa (“Horizon High”) che aggiunge un inaspettato spessore heavy (“Just Like Madness” è pure un po’ Iron) a quello che, nelle premesse, doveva essere solo un momento di spensierato e piccante divertimento. Le critiche che si possono muovere a questo album, che a distanza di tanti anni dagli esordi discografici rappresenta di fatto un secondo debutto, sono ben poche e di importanza trascurabile: si potrebbero giusto citare una certa uniformità di attitudine – anche da parte del bravo frontman – che porta le atmosfere dei brani ad assomigliarsi, una durata eccessiva che nel corso dei suoi cinquantadue minuti conosce qualche inevitabile calo di concentrazione (“Round And Round”, sfilacciata e bellissima, nonostante tutto), una bella ballad posta però fuori tempo massimo ed un’ispirazione compositiva che nei chorus raggiunge vette più alte di quelle espresse nelle strofe, ma si tratterebbe di peccati di (ritrovata) gioventù facili da risolvere e, soprattutto, rilievi timidi che poco incidono sul godibile risultato finale. Ciò che conta davvero è che gli Heavy Star sono tornati, che di queste realtà c’è bisogno come il pane e che la capacità di combinare divertimento e professionalità dimostrata dai romani è materia rara (in Italia ma non solo) da salutare, custodire e supportare con ogni mezzo ed applauso possibile.

Etichetta: Lions Pride Music

Anno: 2024

Tracklist: 01. My Lady Firefly 02. Razor Blade 03. Lexi Love 04. Rock 'N' Roll Again 05. Horizon High 06. Ride On 07. Blame It On Love 08. Round And Round 09. Just Like Madness 10. Lifeline 11. Invisible Enemy 12. As The Wind Blows 13. Walk On Out
Sito Web: facebook.com/HShardrock

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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