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Heavens Edge – Recensione: Get It Right

Formatisi a Philadelphia nel 1987, gli Heavens Edge pubblicarono con la major Columbia Records l’omonimo album di debutto tre anni più tardi, ottenendo un immediato successo che diede loro la possibilità di aprire i concerti per Ronnie James Dio e Yngwie Malmsteen. Nonostante la resilienza dimostrata dal quintetto quando il proprio bassista George G.G. Guidott fu colpito all’addome da un’arma da fuoco nel corso di una sparatoria avvenuta all’Empire Rock Club, i minacciosi venti del grunge e l’ulteriore instabilità determinata da alcuni cambi di formazione portarono allo scioglimento del sodalizio nel 1993, nonostante ciascun musicista abbia proseguito – per loro stessa ammissione con minori fortune – una carriera in ambito artistico. Se si esclude la pubblicazione di “Some Other Place, Some Other Time”, un album di demo e rarità pubblicato da MTM/Perris Records nel 1998, nulla di rilevante sarà annotato sul taccuino fino al 2013, quando gli Heavens Edge decisero di riprendere l’attività live ottenendo un inatteso e positivo riscontro. Modificata ulteriormente la line-up a seguito della scomparsa del bassista originale, la band della Pennsylvania si ripresenta oggi grazie a Reggie Wu (chitarre e tastiere), Mark Evans (voce), David Rath (batteria), Steven Parry (chitarre) e Jaron Gulino (basso) con dieci nuove tracce, pubblicate dalla nostrana Frontiers Music.

Heavens Edge -  "What Could've Been" - Official Music Video

Nonostante l’immagine un po’ punky in copertina, il rock della rediviva formazione americana è piuttosto lineare e compatto, con una rocciosa ritmica di chitarra collocabile esattamente nei primi anni novanta, quando molte delle band dedite all’hard melodico tentavano una transizione verso sonorità più dure e forse resistenti, d’ispirazione marcatamente metal. Dopo un avvio che convince più per attitudine che non per puro songwriting (“Had Enough” è ascoltabile, ma forse non l’episodio dirompente che ti aspetteresti dopo tanti anni di lontananza da uno studio di registrazione), “Get It Right” si incanala sui binari di un rock prodotto bene e che, traccia dopo traccia, riesce anche a trovare spunti interessanti: nonostante una bella malinconia che aleggia su gran parte della tracklist (“Gone Gone Gone”), gli Heavens Edge sanno concedersi anche momenti più groovy e brillanti, oppure passaggi caratterizzati da un riffing pesante ed aggressivo (“Raise ‘Em Up”), che nell’assoluta totalità dei casi trovano una degna conclusione in un buon ritornello (“Beautiful Disguise”).

La sensazione che si ricava dopo una manciata di ascolti è quella di una band in positivo controllo, anche grazie al cantato misurato di Evans, che per tornare in stile non ha scelto la strada della voce grossa, né dell’uscita ad effetto: al contrario, nell’album si notano – ed apprezzano – contaminazioni classic (“Nothing Left But Goodbye”) che rivolgono lo sguardo al passato, trovando proprio nelle radici della tradizione americana le energie e le sicurezze per intraprendere questa nuova parte del cammino. E non mancano, in ogni caso, un paio di passaggi più giovanilisti (“Dirty Little Secret” è pelvica e cotonata, mentre “9 Lives” si fa bastare la sua cowbell) nei quali gli americani omaggiano la propria storia, concedendosi quel divertimento spensierato dei vent’anni che non solo alleggerisce piacevolmente l’ascolto, ma che ha fatto parte della loro storia contribuendo a plasmare ciò che oggi sono diventati. Un approccio autentico che mi ha ricordato Cinderella e Tesla, per il modo in cui vecchio e nuovo riescono a trovare una sintesi sempre gradevole, anche quando eseguita sottovoce.

Come spesso succede con i prodotti di bellezza più genuina e nascosta, “Get It Right” cresce un poco alla volta e convince per tutto quanto sceglie di non fare: nonostante una copertina flashy e ribelle, totalmente inappropriata ma certamente perfetta se l’intenzione era quella di confondere l’ascoltatore, gli Heavens Edge ritornano con un rock adulto e trasversale, di spessore sorprendente, che mette a frutto come meglio non si potrebbe gli anni passati e l’amarezza delle lezioni apprese. E la disponibilità del disco in formato analogico, che inizialmente non potevo spiegarmi sospettando della solita band in naftalina riesumata per la nostalgia dei vecchi fan, acquista invece un senso lampante: “Get It Right” è un piccolo classico pieno di buona musica (“When The Lights Go Down”), che ascoltare attraverso la vulnerabilità imperfetta del vinile sarà ancora più coinvolgente e romantico.

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