Harsh – Recensione: Feels

A distanza di quattro anni dalla pubblicazione del debutto intitolato “Out Of Control”, per i parigini Harsh è venuto il tempo di dare alle stampe il degno successore, consolidando quella crescita on the road che ha visto la formazione francese suonare oltre trecento concerti in Europa e Regno Unito. Mixato e masterizzato da Hannes Braun, frontman di quei Kissin’ Dynamite che – a modesto ma non troppo parere di chi scrive – continuano a rappresentare una delle proposte più interessanti nel panorama hard rock continentale, il nuovo lavoro si compone di dodici tracce e si propone di esplorare una varietà di sentimenti e stati d’animo: che si tratti di amore, lutto, colpa, amicizia o identità, il quartetto promette quel tipo di rock svelto col quale, quando tutte le stelle si allineano, è godevolissimo entrare in sintonia e divertirsi senza complicazioni. Di poco superiore ai quarantotto minuti e disponibile anche in vinile, l’album si apre con i suoni puliti ed ordinati di “Break Your Way”, brano tutto-coro che riporta efficacemente alla memoria il glam inglese dei primi anni novanta. Con i Little Angels tra i primi nomi della lista a venire in mente (oh, l’avete letto il nostro specialone sulla rinascita dell’hard rock alla fine degli eighties?), queste prime note scorrono paciose e tutto sommato compassate fino al momento dell’assolo di Séverin Piozzoli, nel quale le note del chitarrista francese regalano quel fremito in più per la velocità ed il gusto col quale si rincorrono. Rispetto ai Kissin’ Dynamite, nei confronti dei quali gli stessi transalpini ammettono di provare ammirazione, lo sviluppo degli Harsh è un poco più scolastico e prevedibile: se da un lato la band dimostra di aver messo pienamente a frutto i mezzi a disposizione (la produzione è top ed il disco suona bene a qualsiasi volume), dal punto di vista della mera composizione siamo ancora un passo o due indietro.

Le canzoni raramente sorprendono, infatti, con la necessità di piacere – e piacere subito – che sembra aver orientato un po’ tutto il songwriting: tutte le strutture sono perfettamente incastrate a comporre un quadro non sempre originale (“All I Ever Wanted”), che sulle prime riesce ad offrire un ascolto divertente… ma in quanto a longevità e spessore offre il fianco a qualche critica. L’impressione è che la registrazione particolarmente educata abbia tolto qualcosa in termini di ferro e spinta (“Fuel To The Fire”), con chitarre mai veramente taglienti, “fuck you” e “oh yeah” messi lì per condire la minestra ed un riffing di matrice blues che accompagna bene ma raramente impatta. In questo quadro le voci distorte, l’effetto megafono e le occasionali tentazioni pop/punk (“Offer You A Rome”) appaiono più come mere distrazioni, piuttosto che ingredienti di una narrazione davvero ambiziosa: se l’esecuzione è compatta, lo stesso giudizio positivo non lo si può spendere a favore di un’originalità che, invece, latita (“Dancing Dancing”). Questo atteggiamento conservativo caratterizza la prova di tutti e quattro i musicisti, nessuno escluso: sia la sezione ritmica che la chitarra si limitano ad un compito che fa raramente faville, finendo col risultare poco credibili nei rari passaggi in cui aspirano a raggiungere una consistenza più metallica, con la voce monocorde di Albert Arnold spesso portata in uno scivoloso territorio acuto (“Don’t Mess With Me” è così lenta di idee) che porta a perdere molto in termini di espressività, pathos e possibile coinvolgimento.

Lungi dall’essere un disco molto brutto, “Feels” sembra però peccare di presunzione e pigrizia, con un livello di scrittura ed esecuzione che non fa onore ai quattro anni – con relative aspettative – che ci sono voluti per partorirlo. La voglia di affrontare tematiche differenti non si traduce in una tavolozza di colori e soluzioni narrative sufficientemente varia: al disco difettano completamente le sfumature, i passaggi coraggiosi, una fisiologica e rockettara idea di disordine… e così anche i suoi racconti, già semplificati, perdono ulteriormente in credibilità, texture e contatto. Se da più parti arrivano conferme circa l’energia e la coesione che caratterizzano gli spettacoli del quartetto di Parigi, va detto che su disco il suo rock suona un po’ anonimo, con melodie strozzate (“Forever Yesterday” e “Back To Life”, entrambe di una noia insostenibile) ed un senso di parzialmente inespresso che difficilmente potrà lasciare soddisfatti. E così, in un lavoro che si proponeva di evocare con le sue note l’intero spettro dei sentimenti, è solamente quello della mancanza che finisce per predominare. Perchè a “Feels” mancano la voglia di crescere, il coraggio di osare, il desiderio di dare carne, sangue e sostanza a quell’immagine (perfettina) da rocker belli e dannati che inganna e prelude ad un’esperienza purtroppo incolore. Anche a causa di un’indefinibile cover di “Maniac” (Michael Sembello, 1983) tra le meno ispirate di quelle ascoltate negli ultimi anni.

Etichetta: Fireflash Records/Edel

Anno: 2026

Tracklist: 01. Break Your Way 02. All I Ever Wanted 03. Fuel To The Fire 04. Offer You A Rome 05. Don’t Mess With Me 06. Forever Yesterday 07. Back To Life 08. Maniac 09. Losing My Mind 10. Dancing Dancing 11. Never Gonna See Me Fall 12. When We Are Together
Sito Web: facebook.com/bandHARSH

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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