Hardcore Superstar: Live Report e foto della data di Padova

WARDOGS

L’unico senso che, a parere di chi scrive, può avere una tribute band, è quando propone il repertorio di qualcuno che non c’è più. È questo il caso per quanto riguarda i Wardogs, rodata tribute band dei Ramones, proveniente da Treviso. Nella mezz’ora abbondante che hanno avuto a disposizione hanno intrattenuto e divertito il pubblico che cominciava ad arrivare con brani più o meno classici della leggendaria band americana, eseguiti in modo credibile. A nostro avviso sarebbe stato più interessante ascoltare una formazione con repertorio proprio, visto che ce ne sono tante e valide, in ogni caso i Wardogs hanno svolto il loro compito al meglio, i presenti hanno apprezzato e tanto basta.

LESTER GREENOWSKI

La cosa che più conta in una band che vive nell’underground è la credibilità, e per ottenerla c’è bisogno di grande consapevolezza. Ecco, questa è la forza della formazione di Lester Greenowsky. Il vocalist modenese, da anni dentro fino al collo nella scena nostrana (ma con forti agganci in quella europea), con un numero incalcolabile di concerti fatti con le varie formazioni in cui ha militato, guida una band che nella totale immersione in quello che fa, risulta pressoché perfetta. Glam punk che odora di New York Dolls, Dictators, Johnny Thunders, Cheap Trick, Kiss, Hanoi Rocks e via dicendo, eseguito con un’attitudine perfetta, dalla scrittura dei brani al sound, finanche al look e al modo di stare sul palco. Il tutto senza grotteschi scimmiottamenti, ma con stile e personalità. Quando una band è talmente quello che fa come loro non c’è niente da fare, la sua validità è nei fatti, conquistata palcoscenico dopo palcoscenico, e nessuno potrà mai darla a tavolino. Chiunque ha potuto assistere alla loro serata padovana non può non aver riscontrato quanto affermiamo. E poi, chicca finale, Lester indossava una t shirt dei Crackhouse, storica formazione patavina del genere, non più attiva da anni. Se non vuol dire far totalmente parte di una scena musicale questo, non sappiamo cos’altro lo potrebbe essere…

17 CRASH

Con gli hard rocker toscani 17 Crash ci si avvicina ancora di più allo stile musicale dei due headliner. La band fa del proprio meglio per tenere viva l’attenzione e per richiamare a sé i presenti e, fra un riff di chitarra e l’altro, le intenzioni ci sono tutte. Forse sarà per qualche problema tecnico durante l’esibizione, o forse perché l’attenzione è più rivolta a quanto succederà nel resto della serata, fatto sta che l’esibizione non rimane impressa in modo particolare. Nulla da eccepire per quanto riguarda l’aspetto esecutivo, infatti tutti i componenti della band si mostrano più che all’altezza della situazione. Quello in cui i 17 Crash sembrano difettare è l’ambito compositivo, con brani piacevoli ma che non lasciano un’impressione particolare e non sembrano brillare per originalità. Da riascoltare.

GILBY CLARKE

Come nelle occasioni passate in cui lo avevamo visto esibirsi dal vivo, anche questa volta Gilby Clarke dimostra di essersi ormai scollato quasi del tutto di dosso l’etichetta di chitarrista dei Guns ‘n Roses, almeno per quanto riguarda il suo repertorio live. I riferimenti a quel periodo della carriera del chitarrista sono pochissimi, giusto la solita “It’s So Easy”, già proposta da Clarke negli anni passati, e un accenno del riff iniziale di “Rocket Queen” infilato in modo quasi casuale caso fra un brano e l’altro. C’è tempo anche per altre cover illustri, come quella di “‘It’s Only Rock’n’Roll (but I Like It)” dei Rolling Stones, in un repertorio che comunque esplora ad ampio raggio il percorso artistico del chitarrista. L’atmosfera è molto spontanea e rilassata, e in questo clima si inseriscono anche i festeggiamenti per il batterista Troy Patrick Farrell, che festeggia oggi il compleanno. In ogni caso Gilby Clarke si conferma un chitarrista di grande valore, oltre che un buon intrattenitore, che si diverte ancora, è evidente, durante le sue esibizioni dal vivo. L’ipressione che se ne ricava a fine concerto è quella di un grande musicista guidato, per fortuna, da uno spirito sereno e allegro che non manca di irradiare attorno a sé in ogni momento.

HARDCORE SUPERSTAR

La prima cosa che salta agli occhi è l’assenza di Adde Andreasson, che viene sostituito alla batteria dal suo drum tech in modo più che valido. Poco male in realtà, se consideriamo che gli Hardcore Superstar hanno un rapporto granitico con l’Italia, per cui abbiamo la certezza che avremo modo di rivederli in formazione completa nel giro di poco tempo. La solidità del rapporto che esiste fra la band e il nostro Paese viene ribadita in più momenti da un Jocke Berg in forma smagliante che, appunto, parla dellìItalia come della seconda patria degli Hardcore Superstar. Impegnati nelle date europee dell’Abrakadabra Tour, il concerto non può non iniziare con il brano che dà il titolo all’album, anche se la tendenza successiva è quella di andare a ripescare nel passato illustre della band e di giocare una dopo l’altra le carte più potenti del mazzo. Ecco quindi che arrivano in successione rapida “Into Debauchery”, “Wild Boys” e “My Good Reputation”, con cui si piomba a capofitto nei primi anni duemila; proprio da questo periodo dell’attività discografica della band verrà tratta la maggioranza dei brani. Jocke Berg rimane un eterno ragazzino capace di scatenare balli e cori con un solo gesto delle braccia, figuriamoci poi quando inizia a scendere dal palco e a stringere mani fra le prime file. In questa occasione torniamo ad assistere a quei momenti ormai caratterizzanti i live degli Hardcore Superstar, come l’invasione di palco pacifica e alcolica su “Last Call For Alcohol” e il salto finale all’indietro, dalla cassa della batteria, con cui Jocke Berg dichiara il “fine concerto” sulle note di “You Can’t Kill My Rock ‘N Roll”. Questi piccoli rituali, insieme alle dichiarazioni d’amore nei confronti dell’Italia e una risposta di pubblico eccezionale, ci confermano ancoira una volta che, nonostante lo scorrere degli anni, gli Hardcore Superstar siano ancora dei rocker a pieno regime, che viaggiano superando tutti i limiti di velocità e riescono a essere credibili sotto tutti i punti di vista. I brani più recenti, come “Above The Law”, si affiancano alla perfezione a classici come “Moonshine” e, ovviamente, “We Don’t Celebrate Sundays”, per un live che, ancora una volta, soddisfa in pieno le aspettative. A differenza di tante altre volte, quella di Padova è l’unica data italiana nell’anno in corso per la band svedese, ma oltre a essere convinti che rivedremo i quattro folli svedesi in azione molto presto, portiamo nel cuore il ricordo di un live ancora una volta perfetto.

Setlist:

01. Abrakadabra
02. Into Debauchery
03. Wild Boys
04. My Good Reputation
05. Liberation
06. Dreamin’ In A Casket
07. Moonshine
08. Bag On Your Head
09. Last Call For Alcohol
10. Above The Law
11. We Don’t Celebrate Sundays
12. You Can’t Kill My Rock ‘N Roll

anna.minguzzi

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E' mancina e proviene da una famiglia a maggioranza di mancini. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi mai smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va al cinema, canta, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Adora i Dream Theater, anche se a volte ne parla male.

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