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Haken – Recensione: Affinity

Autori di un prog metal dogmatico e canonico quanto volete ma presentato in maniera fresca, all’insegna di una tecnica strumentale impressionante e una naturale propensione al “bello” scovando melodie inaspettate e affascinanti gli Haken arrivano nel giro di pochi anni al quarto album (più l’EP Restoration); fatta eccezione per “Visions”, forse il loro unico leggero scivolone qualitativo (non stiamo comunque parlando di un brutto album) “Affinity” è l’ennesimo prodotto inattaccabile e gustoso nell’immediato ma scommettiamo anche duraturo nel tempo.

Abbiamo ormai imparato a conoscere il riff dispari di “Initiate” che circola da tempo in rete; il cantante Ross Jennings mette in scena la solita interpretazione teatrale tra falsetto e voce piena coadiuvato da una band che sembra sempre più compatta e conscia dei propri mezzi. In questa proposta raffinata non manca la pesantezza delle chitarre (Henshall/Griffiths) che insieme al dinamismo della sezione ritmica (Hearne/Green) e al collante delle tastiere del bravissimo Diego Tejeida ha ormai standardizzato uno stile riconoscibile che in “Affinity” sposta però l’attenzione sulla deriva che il progressive prese negli anni ’80 dopo aver omaggiato in lungo e in largo il periodo d’oro della decade precedente (pensiamo ad una band come i Gentle Giant ad esempio).

In “1985” non è infatti un caso di come le tastiere e l’utilizzo di drum pad elettronici siano tipicamente ottantiani (e collegati anche all’artwork che potrebbe benissimo risalire all’epoca dei primi PC) con un chiaro riferimento agli Yes più radiofonici ma anche Toto.

In “The Architect” gli inglesi tornano alle architetture sonore complesse degli album precedenti (scusate il gioco di parole!) ed un chorus azzeccato, addirittura magniloquente nel finale anche grazie alla partecipazione di Einar Solberg dei Leprous; “Earthrise”, a parte le robuste ritmiche heavy melodicamente ricorda un incrocio tra Genesis e XTC in questo chiaro e continuo tributo agli idoli di gioventù ma riletti secondo i crismi di una grande band.

Un paio di tracce sono leggermente riempitive ma quando gli Haken piazzano una composizione come “The Endless Knot” che si prende gioco del movimento djent facendo capire come dovrebbe suonare davvero il nuovo prog la votazione non può che essere estremamente positiva, anche a sottolineare il piacere provato all’ascolto di “Affinity” (mixato e masterizzato dal guru Jens Bogren) accompagnato dal desiderio di ripetere l’esperienza senza soluzione di continuità.

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