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Gyze – Recensione: Black Bride

Avete nostalgia degli In Flames di album come “Colony” e “Clayman”? Bene, ascoltatevi il nuovo disco dei Gyze e vi sembrerà proprio di tornare a quei tempi! L’ultima opera del trio giapponese è infatti più che mai debitrice della vena maggiormente melodica della scuola death metal scandinava: “Black Bride” costituisce un platter estremamente derivativo, ma a suo modo piacevole e ben prodotto.

Riffone di chitarra veloce e diretto, drumming bello poderoso, cantato in growl, ma comunque funzionale a tessere una melodia immediata, e la opener/title track è servita, con un andamento swedish melodic death che più swedish non si può. Le caratteristiche della stragrande maggioranza delle altre tracce sono a questo punto tali, e non si scappa: da notare, ma in senso non proprio positivio, “Honesty”, pericolosamente simile alla mitica “Embody The Invisible” del già citato “Colony” sia nel suo riff che nel suo andamento iniziale; il pezzo sfocia però in un refrain fin troppo aperto e zuccheroso, fugando (s)fortunatamente ogni ulteriore somiglianza con l’ispirazione originale. Le canzoni che si differenziano un po’ sono “Insane Brain” e “Julius”, grazie alle loro dolci introduzioni di pianoforte (ma finite quelle siamo alle solite), e il brano acustico e d’atmosfera “Asuhenohikari”.

Torniamo a questo punto al discorso iniziale: se siete tra coloro che non hanno mai digerito la volta “modernista” della famosa band svedese capitanata da Anders Fridén e considerate la leggendaria scena di Goteborg come un picco inarrivabile della storia del metal, il nuovo album dei Gyze sarà per voi una bella sorpresa. Chi invece non apprezza i gruppi che emulano pesantemente i campioni del passato, potrebbe non gradire altrettanto il ritorno discografico di questo terzetto dell’estremo oriente.

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