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Grymheart – Recensione: Hellish Hunt

Alcuni ricorderanno il cantante e chitarrista Gabor Kovacs come ex leader e principale compositore di una band power metal di scuola Hammerfall, i Wisdom, che dal 2004 al 2016 ha sfornato ben sei dischi tra EP e full-lenght. Ebbene, c’è proprio il quarantacinquenne Kovacs dietro ai Grymheart, un nuovo progetto teso a raccontare di mostri demoni e fantasmi combinando elementi power, folk, symphonic e death metal con ritornelli melodici e di facile presa. Non c’è che dire, dopo i trascorsi power poco originali – che per la verità non hanno lasciato un grande segno – con l’uscita di “Hellish HuntKovacs ed i tre musicisti al suo seguito sembrano voler mirare ad un risultato ben più ambizioso, all’insegna di quella pericolosa mescolanza di generi che, nell’intento di accontentare tutti, finisce spesso per non appagare veramente nessuno. Assodata in ogni caso la presenza di influenze e stili così variegati, ci si approccia al disco con la curiosità di appurare in quali proporzioni ciascuno di essi è stato impiegato. L’album pubblicato dalla milanese Scarlet Records, che si presenta con una bella copertina realizzata da Gyula Havancsák (Accept, Burning Witches, Stratovarius), si apre dunque con una “Hellbent Horde” dai toni epici che sembra voler stabilire un’ideale continuità con quanto realizzato in precedenza con i Wisdom: la differenza principale sta però nel cantato, che come promesso si presenta in pieno stile death melodico, creando un abbinamento dal sapore più bizzarro che, a dir il vero, riuscito.

GRYMHEART - My Hellish Hunt (Lyric Video)

Se infatti l’impronta melodica è evidente, come testimoniano la linearità degli assoli ed il ritmo cadenzato di diversi intermezzi, rimane tutto da stabilire in quale misura questo tipo di cantato contribuisca al quadro generale. La scelta troverà certamente i suoi estimatori, come sempre e giustamente accade per la legge dei numeri, ma un pensiero a come sia gli amanti del power che quelli del death melodico non si sentiranno del tutto appagati non può passare inosservato. Il contrasto tra le differenti anime di questo Melodic Power Death Metal è tanto più evidente nelle parti dal maggiore potenziale melodico: è il caso ad esempio di una “Ignis Fatuus” dal sapore piratesco che diverte in tante delle sue parti ma convince decisamente meno quando il tutto viene messo in secondo piano dalla piattezza del cantato. Dove si sarebbe potuto innalzare il livello con un coro schifosamente normale e trascinante, insomma, i Grymheart optano per un’esecuzione dai toni atonali e cavernosi che dal vivo, con una birra fresca in mano, potrà fare più proseliti di quanto un ascolto sul divano non possa invece garantire. La natura contrastata di “Hellish Hunt” permane lungo tutto l’arco del disco: in “To Die By The Succubus” strofa ed assolo sembrano appartenere a canzoni differenti, nella title-track si avverte facilmente la forzatura castrante alla quale ogni sezione deve sottostare per entrare a far parte del tutto ed in “Army From The Graves” il desiderio di variare sfocia in un epic/death/doom dal tocco sinfonico che difficilmente sarà ricordato negli anni, ma se per questo neanche nei minuti, a venire.

Se da un lato si potrebbe apprezzare l’appartenenza di questo debutto ad un genere ancora tutto da scrivere ed esplorare, dall’altro dopo quarantacinque minuti di ascolto sarebbe azzardato affermare che quella della formazione ungherese rappresenta lo stato dell’arte di questa particolare e multiforme branca. Troppo infatti è il prezzo pagato dai singoli brani in termini di identità e riconoscibilità per poter definire questo progetto, almeno nella sua forma attuale, come un esperimento riuscito ed in grado di generare un’artistica prole ed un desiderio di emulazione. Nonostante la costante velocità del drumming, “Hellish Hunt” suona ripetitivo ai limiti dell’ipnotico (“Fenrirs Sons”), statico e monotono già a metà della sua tracklist, anche in virtù di una produzione purtroppo estremamente lineare che poco o nulla fa per mettere un accento, provocare un sussulto o evidenziare la convinzione con la quale è stato suonato un passaggio. Quando lo sforzo mnemonico per tirare le fila e ricordare ogni singola traccia – spesso identificata solo da un elementare e ripetitivo assolo di chitarra – supera il semplice godimento che si trae dall’ascolto, il problema non è tanto quello di trovarsi di fronte ad un giudizio positivo oppure negativo. Il problema è che il giudizio è, soprattutto, stanco.

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