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Groundhogs – Recensione: Thank Christ For The Bomb

Il nome Groudhogs a molti probabilmente non dirà un granché neppure ora, visto che la recentissima scomparsa, risalente al 6 giugno di quest’anno, di Tony McPhee, il leader, cantante e chitarrista, non ha avuto che pochissimi riscontri mediatici. Questo è un torto che cerchiamo almeno parzialmente di riparare con la recensione di quello che è considerabile il loro disco più significativo, “Thank Christ For The Bomb”, loro terzo lavoro, pubblicato nel 1970, nel quale la formazione era completata da Peter Cruickshank al basso e Ken Pustelnik alla batteria.

Nati a Londra nel 1962 e ispirati nel nome da un brano di John Lee Hooker, si indirizzeranno fin da subito verso quelle sonorità blues che nell’Inghilterra di quegli anni stavano prendendo piede con il movimento musicale che prenderà il nome di British Blues. E in effetti, a inizio carriera, il genere suonato era quello, con tour in cui accompagnavano alcuni miti del blues americano, fra cui lo stesso Hooker. Dal debutto discografico del ‘68 in poi, però, le sonorità si erano sempre più indurite fino ad arrivare a un vero e proprio hard blues, il cui culmine a nostro giudizio è proprio questo disco. Prodotto dal leggendario Martin Birch per Liberty Records, fin dall’apertura col riff deragliato di “Strange Town” la band si rende protagonista di un rock blues duro, scarno, essenziale ma di grande sostanza, come d’altronde la successiva “Darkness Is Not Friend”, con una linea vocale quasi recitata sui riff incalzanti della chitarra. “Soldier” è un lungo brano con divagazioni soliste prolungate, ma il momento centrale del disco arriva con la title track, brano che inizia come una ballad acida per poi sfociare in un hard blues distorto e psichedelico, in cui vengono stigmatizzati con ironia i potenti guerrafondai. Si procede con brani come “Ship On The Ocean” e “Garden”, col suo giro di chitarra quasi ossessivo, una bella melodia vocale ed improvvise esplosioni soliste. L’intreccio di chitarra e basso introduce “Status Pepole”, pesantissima per l’epoca e “Rich Man, Poor Man” viaggia fra echi folk e rock duro. Conclude questo grandissimo disco, che finirà addirittura nelle classifiche inglesi, “Eccentric Man”, dal solito riff strascicato, un ritornello sontuoso e gli assoli lancinanti.

La band continuerà la carriera con altri ottimi dischi attraverso innumerevoli cambi di formazione, scioglimenti, ricomposizioni, problemi personali di McPhee, e numerosissimi concerti un po’ ovunque (chi vi scrive li aveva visti una trentina di anni fa in un circolo nel mantovano davanti a poche persone, ma con una esemplare energia e convinzione) sempre però all’insegna di una grande coerenza musicale che li ha fatti assurgere a eroi di culto, nonché dichiarata influenza per molti musicisti e band a seguire. Chiedere agli appassionati di stoner tanto per gradire. Protagonisti minori (ma solo per successo) di un periodo in cui la libertà espressiva fondeva generi creando nuovi sound, col loro miscuglio di hard rock, blues, psichedelia in modo ben poco leccato e “carino” si ritagliavano in modo indelebile un posto importante, a prescindere dal successo commerciale, nella storia del rock.

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