Grand – Recensione: Second To None

Per dirla con un eufemismo, che ad addolcire non si sbaglia mai, quando nel 2022 avevo recensito il debutto dei Grand il mio entusiasmo era stato contenuto. Il debutto dei tre esperti musicisti provenienti da Stoccolma poteva certamente vantare un’impressionante pulizia formale, ma la sua mancanza di personalità e l’ostinata ripetizione di passaggi non sempre brillanti mi avevano fatto bollare il loro primo disco come “noioso” ed “anacronistico”. Troppo era il debito creativo che questo trio tuttora senza alcuna esperienza live pagava nei confronti di Starship, Foreigner, Toto, Mr. Big e Giant, insomma, e tanta è stata quindi la sorpresa nel vedere come, a distanza di due anni, i Grand si ripresentino con un obiettivo – quello di proporre un album “più diverso e dinamico” – che nelle loro stesse parole sembra voler correggere proprio quelle pecche che alcuni ascoltatori avevano rilevato. Il nuovo corso si compone di undici tracce, tra le quali un duetto con la connazionale Nina Söderquist, e si apre con una “Crash And Burn” alla quale la chiara estrazione di matrice AOR scandinava non si può imputare frettolosamente come fosse una colpa. Il brano abbina infatti ad una pulizia di suoni non portata così all’estremo come in passato un’impostazione agile, un drumming più ispirato ed un chorus accattivante, che davvero alimentano le speranze nei confronti di un cambio di passo: l’intermezzo strumentale posto nella seconda parte della canzone, in particolare, unisce un interessante sviluppo dei cori ad una sottotraccia quasi malinconica che rende l’ascolto meno scontato, permettendo anche di apprezzare la circolarità con la quale questi primi cinque minuti si avviano alla loro soddisfacente conclusione.

Dal punto di vista della produzione, si avverte come “Second To None” sia meglio ancorato a terra, anche grazie alla sostanza della quale sono dotate le sue frequenze più basse: è il caso ad esempio della potenza con la quale la sezione ritmica dei polistrumentisti Jakob Svensson e Anton Martinez Matz sostiene la successiva “When We Were Young”, una scelta che sembra sottolineare la distanza tra la consistenza sognante dei ricordi affidati alla voce nostalgica e pura di Mattias Olofsson con un presente descritto con sonorità più fisiche, palpabili ed attuali. Il fatto che il riffing vivace di “Leave No Scar” mi abbia ricordato i Last Autumn’s Dream è un complimento che stupisce me per primo: rileggendo ancora una volta le parole poco lusinghiere con le quali avevo apostrofato il primo lavoro non posso non compiacermi per tutto quanto i Grand hanno rivisto e migliorato in un periodo di tempo relativamente breve, ripresentandosi sotto una veste che – se dal punto di vista stilistico non rinnega nulla – da quello del songwriting e della dinamica pare quasi provenire da una band completamente differente, o almeno maturata tantissimo (“Achille’s Heel” è tra le cose migliori e più rappresentative). Non pago, il nuovo disco rivela orizzonti più ampi che gli permettono di spaziare con agilità tra episodi più lenti di ispirazione blues (“Rock Bottom”), ballad di una raffinata semplicità (“Lily”, “Daze Of Yesterday”) e momenti leggermente più hard e croccanti (“All Or Nothing”), alla progressiva conquista di una varietà della quale in questa occasione si sentirebbe meno il bisogno, ma che comunque aggiunge un ulteriore tocco di maturità alla direzione intrapresa dal progetto.

Ancora più notevole è il fatto che il nuovo corso sia stato imboccato dagli stessi musicisti che avevano firmato il debutto: se infatti escludiamo le apparizioni della già menzionata Nina Söderquist (“Kryptonite” è un ottimo esempio di sintesi e sostanza) e del sassofonista Kristian Brink (“Sweet Talker” è uno spettacolo orchestrale e grandioso, con o senza sax), tutto il sontuoso resto rimane opera dello stesso trio, a testimonianza di una formazione consapevole delle proprie possibilità così come dei propri importanti margini di crescita. Protagonisti di una maturazione tanto sorprendente quanto convincente, i Grand ritornano con un disco in grado di far compiere al loro nome un inaspettato balzo in avanti: poste semplicemente le basi con l’album di debutto, i tre svedesi hanno affidato a “Second To None” l’obiettivo di migliorare e rifinire ogni altro aspetto, senza peraltro trascurare che alla fine di tutto ciò che più conta è la realizzazione di tre quarti d’ora di buona musica che possa divertire mantenendo vivi l’ascolto ed il piacere che ne deriva. Con il suo approccio vibrante e meno scintillante che in passato, i suoi racconti senza pretese ma cantati con il cuore e tanti momenti – sparsi qua e là – nei quali si tocca con mano la legittima ambizione di gente che nella vita ha suonato tanto, questa seconda prova piacerà tanto agli amanti delle belle storie di redenzione quanto agli appassionati di un rock melodico, ben confezionato (“Out Of The Blue”) ed interpretato con ritrovata fiducia.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2024

Tracklist: 01. Crash And Burn 02. When We Were Young 03. Leave No Scar 04. Rock Bottom 05. Sweet Talker 06. Lily 07. Kryptonite (feat. Nina Söderquist) 08. Out Of The Blue 09. All Or Nothing 10. Achilles Heel 11. Daze Of Yesterday
Sito Web: facebook.com/grandthebandsweden

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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