Provenienti dai dintorni di Stoccolma, i Grand hanno pubblicato il loro primo e omonimo disco nel 2022, facendo ben poco per nascondere il loro grande amore per i classici dell’AOR come Starship, Foreigner, Toto, Mr. Big e Giant: melodie avvolgenti, cori trascinanti e produzione cristallina sarebbero d’altronde stati gli stessi ingredienti che avremmo del resto ritrovato anche nel successore, quel “Second To None” uscito un paio di anni più tardi e dotato di un approccio vibrante e meno scintillante che lo rese persino più autentico ed interessante del predecessore. Il periodo successivo ha portato grandi novità nella formazione scandinava, che con l’aggiunta di Johannes Arvidsson (basso), Maja Thorén (tastiere) e Axel Nilsson (batteria) si presenta ora sotto forma di un quintetto: una mossa che, anche dal punto di vista della presenza scenica, restituisce sicuramente l’immagine di una band più strutturata e consapevole, certamente anche più ambiziosa.
Il nuovo lavoro si chiama “Guilty Pleasure” e si apre con “Wild Heart”, sorprendente per il suo carattere non esattamente esplosivo. Il brano, al contrario, introduce alla scaletta con i toni lenti e sommessi di qualcosa a metà tra una ballad ed un intermezzo, il tutto peraltro impreziosito/impoverito da una nota di velata malinconia che con la comunicazione del disco, tutta ispirata alla spensieratezza dei guilty pleasures, c’entra veramente poco. Per fortuna a queste prime note dolcissime, ma anche un poco spoglie, segue una title-track dal piglio un poco più deciso. Il rock melodico americano è il chiaro riferimento, con i testi che citano icone degli anni ottanta come Patrick Swayze e Demi Moore: con Michael Bolton e Huewy Lewis tra i primi a venire in mente, si capisce come questo sia un rock imprigionato nei confini tracciati dalle sue stesse icone.
Se il tutto suona ben confezionato, dal punto di vista delle melodie siamo su livelli molto scontati, con quella ripetizione dei ritornelli che – dopo poco – assume un carattere meccanico e quasi ossessivo. Non c’è dubbio che l’ascolto risulti piacevole dal punto di vista del primo impatto: il disco è sempre gentile, senza che vi sia un singolo aspetto fuori posto, con la radio – piuttosto che il palco – che piano piano assume la dimensione di habitat ideale per canzoni come “Have A Little Faith In Me” che di peccaminoso, per la verità, hanno poco. Si tratta al contrario di un tipo di intrattenimento pulito e famigliare, le cui puntate in territorio rock si perdono nelle nebbie del tentativo maldestro e dell’indecisione (“Coldhearted” ha un bell’assolo di chitarra), peraltro poco supportate da un cantato – quello di Mattias Olofsson – che in termini di mordente e passione non offre grandi soddisfazioni. Dalla copertina al profumo di AI all’immagine posatissima degli stessi musicisti, molto meno rock in foto di quanto non si sforzino invece di apparire nei video, “Guilty Pleasure” offre un tipo di intrattenimento di limitato spessore, assimilabile alla cultura della serialità televisiva. Le sue tracce si susseguono occupando il tempo senza ferire, ma nemmeno senza emozionare: episodi del tutto anonimi come “Party Galore” o “Undo” faticano a guadagnare lo status di un lavoro per cui valga la pena pagare, con la stessa disponibilità del disco nel solo formato ottico che in qualche modo inquadra questa uscita come una di quelle per cui non valesse la pena scomodarsi incidendo dei vinili.
E insomma, non c’è dubbio che dopo il colpo di reni di “Second To None”, che qualche segno di vita l’aveva dato, “Guilty Pleasure” sembra riportare gli svedesi al punto di partenza, anche se arrivati al terzo disco la valutazione non può essere in alcun modo benevola. Questo è un lavoro che non solo non contiene alcun momento di vero interesse (nemmeno nei titoli, con una “Still So Beautiful” che tenta la carta del sax per disperazione), ma che traccia dopo traccia risulta afflitto da una pigrizia mentale (“I’m Ready”) che lo rende ad ogni ascolto più lento, più noioso e più lontano da tutto quanto la sua presentazione prometteva. La delusione è doppia, forse tripla, perchè dalle amate terre di Scandinavia ci si aspetterebbe sempre un approccio fresco, diretto, onesto. I nuovi ed allargati Grand, invece, ci propongono scelte inspiegabili (come quella di vedere nell’anonima “Wild Heart” un potenziale singolo) ed uno spettacolo chiaramente in antitesi con le loro premesse, con la loro traiettoria che sembrava così tanto ascendente e, a regalare ancora più amaritudine, con il loro stesso nome.