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Grand Funk Railroad – Recensione: Closer To Home

L’importanza dei Grand Funk Railroad nella caratterizzazione e l’evoluzione dell’hard rock non sarà probabilmente mai valorizzata a sufficienza. L’ondata di watt distorti, l’impatto sonoro potentissimo, l’approccio live selvaggio e senza fronzoli, che alla fine dei sixties – inizio seventies spazzerà via tante filastrocche psichedeliche in voga allora negli States, è quasi simbolico della fine di un decennio di ideali e utopie da parte della gioventù del tempo e la conflittualità di quello successivo, di cui il trio proveniente da Flint, Michigan, sembra quasi essere una colonna sonora.

Formati a fine anni ‘60 dal cantante e chitarrista Mark Farner, dal bassista Mel Schacher e dal batterista e cantante Don Brewer, sotto l’egida del manager, produttore e padre-padrone Terry Knight, fin dal loro esordio del 1969 (in cui pubblicavano ben due dischi), anno in cui evidenti echi dall’Inghilterra stavano arrivando anche negli USA, stravolgevano il rock e il blues (ma anche il soul) con una potenza fino ad allora inaudita, un suono rozzo e caldissimo, unito a ottime capacità dei singoli musicisti, usate però per otttenere un suono d’insieme devastante, con volumi ai loro concerti che pare abbiano battuto i record del tempo. Nulla del genere si era sentito in quegli anni, perlomeno in una band di immediato grande successo, che divideva il plauso dei fans dagli strali della critica. Indicativo e consigliatissimo il doppio “Live Album” del 1970, per farsi un’idea di cosa potevano rappresentare dal vivo. Sempre in quell anno usciva il terzo lavoro in studio, intitolato “Closer To Home”, che segnava anche una certa maggior varietà e ricerca nel sound e diventerà disco d’oro. L’ingannevole intro acustico prelude il riff acidissimo di “Sin’s A Good Man Brother”, dove la voce di Farner tocca vertici altissimi su una base di rara potenza, con un basso ancor più distorto della chitarra.

Segue la cavalcata di “Aimless Lady”, sorretta magistralmente da basso e batteria (diciamolo chiaramente: Schacher è uno dei più grandi, innovativi e sottovalutati bassisti della storia del rock) e un ritornello di cori soul stralunati. L’inizio mid tempo di “Nothing Is The Same”, con un giro che i Lynyrd Skynyrd non possono non aver ascoltato, prosegue con un cantato di derivazione blues – soul e una furiosa parte centrale in cui i nostri sfogano la propria veemenza strumentale. Se “Mean Mistreater”, cantata da Brewer, è una ballad dai toni quasi intimi, e “Get It Togheter” uno strumentale condotto da un piano honk tonk suonato da Farner che si conclude con una sezione di cori dal sapore gospel, “I Don’t Have To Sing The Blues” ha un’andatura vagamente funk. “Hooked On Love” coniuga, come molti altri episodi della band, linee vocali e cori soul blues a una base di grande potenza e una parte centrale con lo scambio di voci fra Farner e Brewer. La conclusiva mini suite “I’m Your Captain (Closer To Home)”, con i suoi 9 minuti abbondanti, è il brano più articolato del disco, fra momenti acustici, addirittura interventi orchestrali, i consueti passaggi di intensissimo hard rock e una linea vocale memorabile, uno dei grandi classici della band.

I Grand Funk Railroad proseguiranno in una carriera che li vedrà inserire il tastierista Craig Frost nell’organico, pubblicare ancora numerosi dischi di buon successo (col culmine nel celebre “We Are An American Band” del ‘73), con un graduale se pur relativo ammorbidimento del suono. Scioglimenti e ricomposizioni li faranno arrivare ai giorni nostri con una formazione guidata da Schacher e Brewer, in cui milita, fra gli altri, l’ex Kiss Bruce Kulick. È però indubbio che l’enorme contributo al rock duro l’abbiano dato negli anni ‘70, segnando un punto di non ritorno nell’appesantimento del rock di allora, senza il quale, intere correnti musicali attuali (tipo lo Stoner Rock) neppure esisterebbero. Ascoltatevi a tutto volume la voce acuta e la chitarra devastante di Mark Farner, il basso schiacciasassi di Mel Schacher, la voce e la batteria potentissime di Don Brewer nei loro dischi di quel periodo, e capirete perché dei Grand Funk Railroad non si parlerà mai abbastanza.

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