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Gotthard – Recensione: 13

Un album con sound decisamente moderno e tagliente, spesso aggressivo, che è in grado di affondare colpi affilati ma per un bel pezzo di strada rinuncia a quella sapiente miscela di sogno e melodia che hanno caratterizzato i Gotthard dei tempi migliori: questo è “13”. Un cambio di rotta che è un tentativo, già abbozzato nelle scorse uscite, di sterzare definitivamente e non indurre a paragoni con il passato, ingombranti non solo per Nic Maeder, ma per tutta la band, che pure ha saputo ben risollevarsi dopo la scomparsa di Steve Lee.

Inquadrato in quest’ottica e considerato per quanto esprime nella sua notevole durata, “13” è un buon lavoro, dove la grinta e un ottimo lavoro di Leo Leoni alla chitarra mantengono alte attenzione e adrenalina, con una sola eccezione: la cover di “S.O.S.”  degli Abba, di cui non si capisce bene il perché e che non convince affatto. La dolce ballad “Marry You”, la carica drammatica della dinamica “No Time To Cry” e soprattutto la conclusiva e più leggera “Rescue Me” aggiungono passione ed emozioni ad un album il cui difetto principale, in qualche passaggio sostanzialmente concentrato nella prima metà, è la freddezza: la svolta arriva con la rocciosa ma intensa “Another Last Time” e la band si scioglie progressivamente nella parte finale, più ariosa e convincente appunto.

Qualche ulteriore momento di stanca è sparso qua e là, e a conti fatti una sforbiciata ad una scaletta molto corposa non avrebbe fatto male. Detto ciò, si tratta pur sempre di un lavoro godibilissimo grazie alla confermata capacità dei Gotthard di scrivere e suonare buona musica, oltre alla maturità e alla consapevolezza da navigati esperti del panorama melodic rock.

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