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Godsmack – Recensione: Lighting Up The Sky

Fortemente autobiografico, “Lighting Up The Sky” è l’album con il quale gli americani Godsmack – e soprattutto il loro frontman Sully Erna – hanno scelto di mettersi a nudo per un’ultima volta, avendo dichiarato che per loro questo sarà il disco conclusivo di un lungo ed indimenticabile percorso discografico. La band continuerà a suonare dal vivo, ha rassicurato Erna nel corso di un’intervista radiofonica, ma questa sarà l’ultima occasione nella quale si racconterà qualcosa di nuovo in merito “alla vita, alla carriera, agli alti e bassi, agli ostacoli, all’amore ed al rispetto” tra i membri di un gruppo che dalla formazione del 1995 a Lawrence, Massachusetts, ha cambiato poco e venduto molto. Basti citare i tre album consecutivi che hanno occupato il primo posto delle classifiche americane (Faceless, IV e The Oracle), le venticinque top ten radiofoniche, diciotto delle quali nelle cinque migliori posizioni, ed i quattro milioni di fan su Facebook che costituiscono un seguito di tutto rispetto. Caratterizzato da una genesi piuttosto sofferta e travagliata dal punto di vista creativo, con lo stesso Erna che – durante i cinque anni che sono intercorsi tra questo lavoro ed il precedente – aveva spesso lamentato una mancanza di idee e di ispirazione, “Lighting Up The Sky” è dunque un primo, importante atto di commiato che per gli amanti delle sonorità grunge / hard rock / alternative assume un significato particolare e forse anche malinconico. E per tutti gli altri potrebbe semplicemente rappresentare una testimonianza dello stato di salute di questo genere, che per le generazioni X e Y conserva una valenza evocativa particolare.

Godsmack – Surrender (Official Music Video)

Fin dai suoi primi istanti, “Lighting Up The Sky” ha il potere di ricordare con appena un paio di accordi Staind e 3 Doors Down, Foo Fighters (“What About Me” e “The Pretender” sembrano lontane cugine) e Nickelback, regalando anche qualche suggestione stoner grazie alla ripetitività ed alle progressioni di alcuni accordi, entrambi capaci di catturare ed ipnotizzare con consumata, incolpevole facilità. Grazie a queste diverse influenze, i Godsmack propongono una miscela sognante e plausibile, perché in definitiva gli elementi appartengono allo stesso periodo, e perfino vagamente intellettuale nel momento in cui i brani si concedono rallentamenti ed efficaci digressioni. Basta addentrarsi con mente aperta nei meandri della sua scaletta per capire che questo lavoro non soffre affatto della sua genesi travagliata né delle sue origini fuori moda: dalle tracce più rockeggianti ed immediate (“Red White And Blue” è mooolto disimpegnata) ad altre che raccontano una malinconia televisiva e palpabile (“Truth”), il disco – che presenta belle orchestrazioni ed è prodotto ottimamente – costruisce piano piano un proprio percorso ed una propria credibilità, libero dal peso di dovere suonare attuale a tutti i costi. Ed alcune canzoni raccontano questa sensazione di libertà con una immediatezza che disarma e conquista: “Hell’s Not Dead” e “Let’s Go!” non hanno nulla ma proprio nulla di speciale, ma ci senti quella freschezza e quel divertimento che da una band classe ’95 non diresti.

E’ davvero difficile, a meno che non si goda di un punto di osservazione privilegiato e non si conoscano le nude cifre, stabilire se il mercato attuale conservi ancora uno spazio per un rock così emotivamente instabile, sospeso tra le tentazioni radiofoniche (“Soul On Fire”), la nostalgia degli anni novanta e la necessità di cambiare pelle per rimanere in qualche modo rilevante. Quello che è certo è che nelle parole di Sully Erna sembra esserci la piena consapevolezza che per i Godsmack è tempo di aprire una nuova fase, completamente slegata dalla produzione in studio e più orientata a mantenere vivo il ricordo suonandolo sul palco e condividendolo con i fan che continueranno a popolare i loro concerti. Forte di una premessa così chiara e trasparente, “Lighting Up The Sky” appare l’album perfetto per volgere un ultimo sguardo al passato (“Best Of Times”), ripescando a piene mani dagli stilemi del genere (“Surrender”) e consapevole che a questo lavoro nessuno, nemmeno la loro major, chiederà di coltivare una nuova generazione di follower. Con oltre quattro milioni di seguaci tra Facebook ed Instagram, d’altronde, i Godsmack sanno che il più è stato fatto, e per vivere dignitosamente sarà sufficiente continuare a servire questa considerevole base con la stessa onestà esibita su questo album dolceamaro.

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