Gods Of Metal 2007: Live Report – Part I – Sabato 2 Giugno

Torna il Gods Of Metal, il festival italiano per antonomasia. L’undicesima edizione della kermesse metallica ha nuovamente luogo presso l’Idroscalo di Milano, teatro di uno show faraonico che per la prima volta sarà diviso in due parti, lungo tre giornate di musica. Quella di Sabato 2 Giugno è un’inedita bill all’insegna dell’hard rock e del glam guidata dai sempreverdi Motley Crue con la partecipazione di storici act e musicisti che il rock lo hanno vissuto fino in fondo: i Velvet Revolver di Slash, gli Scorpions, gli intramontabili Thin Lizzy. Fin da metà mattina, all’ingresso si forma una variopinta folla formata da glamster abbigliati di tutto punto e rocker di vecchia data che non si lasceranno scoraggiare dalla pioggia insistente che purtroppo accompagnerà i concerti trasformando l’erbetta dell’Idroscalo in una impraticabile poltiglia fangosa. Qualche goccia d’acqua non può fermare il rock’n’roll…

Ad aprire le danze sono i Planethard del vocalist Marco Sivo, pronti a risvegliare gli ancora assonnati astanti con un hard rock potente e sanguigno, vicino alla tradizione degli anni ’80. Canzoni grintose (tra cui la bella ‘Unchain My Heart’) e buona presenza scenica rendono appassionante il breve set del four-piece, che svolge al meglio il difficile compito di rompere il ghiaccio.

Dopo l’immancabile sermone del simpaticissimo Frate Cesare, è il turno degli irlandesi Glyder, band incensata dalla critica britannica nonostante il loro sia un hard rock melodico che guarda a sonorità assimilabili e plastificate. Si possono tracciare termini di paragone con gli ultimi Bon Jovi e gli U2 più melodici, sebbene il sound non sempre sia accattivante. I refrain , anziché sornioni scivolano via nell’anonimato e oltre alla buona prova del vocalist Tony Cullen e dell’axe-man Pete Fisher (che ogni tanto infila qualche pennellata bluesy), ben poco è degno di nota. Con buona pace di chi li vorrebbe continuatori dei Thin Lizzy.

Nettamente fuori contesto con le loro sonorità più squisitamente metal, i toscani Eldritch saranno comunque protagonisti di uno show sentito e coinvolgente. Il loro power/progressive venato di aperture melodiche e, sull’altro versante, di brusche impennate in chiave thrash, fa breccia grazie in primis a un Terence Holler veramente in forma, bravo performer e intrattenitore. Il concerto (dedicato a un giovane fan della band, recentemente scomparso) termina con un’adrenalinica rivisitazione di ‘From Out Of Nowhere’ dei Faith No More.

I gallesi Tigertailz si impongono immediatamente con il loro stile e la loro (quasi imbarazzante) personalità: musicalmente il loro glam rock suona decisamente datato, così come non è entusiasmante in linea di principio l’uso di voci registrate, ma a questi difetti la band capitanata dal carismatico Kim Hooker sopperisce con un entusiasmo e un’energia contagiosi, al punto che il pubblico già piuttosto numeroso si infiamma alle note dei vecchi classici e del recente ‘Bezerk 2.0’, oltre che dell’imminente ‘Thrill Pistol’. I momenti migliori dell’esibizione sono quelli di ‘Shout’, ‘Falling Down’ e ‘Dirty Needles’, ma il culmine emotivo arriva immancabilmente con la ballatona ‘I Believe’. La gente si muove al ritmo della musica, e ci si dimentica che sono soltanto le due del pomeriggio. In tutto, quarantacinque minuti decisamente freschi.

Non altrettanto fresca l’esibizione di Mike Tramp e dei suoi White Lion: la band continua a non essere quella originale e ciò, al di là di quelli che possono essere i preconcetti, si fa decisamente sentire, con un gruppo di musicisti tecnicamente ineccepibili ma che hanno chiaramente poco a che spartire con la storia ed il feeling dei pezzi proposti. E così finisce che mentre prosegue la battaglia legale sull’utilizzo del nome, che vede Tramp contrapposto all’ex chitarrista Vito Bratta, ci si deve accontentare di uno show buono ma non eccezionale, un po’ per il confronto impari con il passato, un po’ per una scaletta che avrebbe potuto essere decisamente migliore. Tramp, probabilmente, studia la scelta dei pezzi tenendo conto del contesto “metallico”, sacrificando più di qualche ballad e optando per alcuni episodi meno efficaci e tutto sommato trascurabili del leone bianco. Ne vien fuori comunque, come già detto, una performance buona, che ha i suoi picchi nel capolavoro ‘Broken Heart’ – peraltro suonata senza l’usuale entusiasmo – e nella cangiante ‘Wait’.

Discorso uguale eppure differente quello dei Thin Lizzy: anche nel loro caso siamo di fronte ad una line-up molto diversa da quella che ha fatto la storia dell’hard rock. Non solo: parecchie sono state le critiche sulla qualità delle performance messe in piede da John Sykes e i suoi compagni d’avventura in questa “reunion”. Tuttavia lo spettacolo fornito all’Idroscalo è di quelli col botto: dopo una partenza in sordina, complice una regolazione dei volumi pasticciata, la band esplode in tutta la sua classe. Anche perché accanto ai superstiti Sykes e Gorham alle chitarre, la sezione ritmica è composta da Marco Mendoza e da uno scatenato Tommy Aldridge. Di fronte alla solidità dei Thin Lizzy del 2007, persino la pioggia che comincia a cadere con insistenza sembra quasi fare il loro gioco, trasformando lo show in qualcosa di unico. In un crescendo di emozioni che parte dai livelli già siderali di ‘Jailbreak’, si passa per ‘Waiting For An Alibi’, il piccolo capolavoro ‘Don’t Believe A Word’ e la straripante ‘Cold Sweat’, per poi arrivare attraverso altri classici fino al sentito omaggio alle atmosfere e alla cultura irlandesi delle epiche ‘Emerald’ e ‘Black Rose’. Un’esibizione che ricorda a tutti il valore della storia, e che purtroppo non è accolta con abbastanza calore da un pubblico per il quale proprio la band irlandese è forse un po’ il pesce fuor d’acqua della giornata.

Gli Scorpions, al contrario dei Thin Lizzy, puntano sul presente, proponendo diversi episodi dell’ultimo lavoro in studio, il moderno ‘Humanity Hour 1’. La sensazione, anche in questo caso, è quella di una band in gran forma, che suona compatta e più potente di ogni aspettativa, vincendo – al contrario di Mike Tramp – la sfida di puntare su un repertorio decisamente aggressivo, nel quale le ballad che trovano spazio sono soltanto ‘Holiday’ e ‘Still Loving You’, oltre alla bellissima ‘Humanity’, proprio dall’album in uscita in questi giorni. La voce squillante di Klaus Meine non ha un attimo di cedimento, Rudolf Schenker e Matthias Jabs fanno ruggire le loro chitarre senza sosta, e i momenti più emozionanti arrivano con ‘The Zoo’ e con la conclusiva ‘Rock You Like A Hurricane’, proprio quando si intravedono in lontananza i segnali di un temporale che per fortuna – almeno parziale – si trasforma in un semplice quanto fastidioso acquazzone.

Lo spettacolo dei Velvet Revolver non delude le attese. Anzi. La band che già aveva travolto il pubblico italiano nell’esibizione all’Independent Days Festival all’indomani dell’uscita di ‘Contraband’ conferma tutta la propria trasgressività, paradossalmente coniugandola con una maturità e una capacità di controllarsi al momento giusto che colora di nuove interessanti sfumature il futuro. E’ Scott Weiland, in particolare, ad impressionare, sembrando essere tornato quello dei primi due memorabili album degli Stone Temple Pilots, celebrati con la riproposizione di ‘Vasoline’. Ricordato anche il passato di Slash, Duff McKagan e Matt Sorum, con ‘It’s So Easy’ (Weiland da brividi) e ‘Mr. Brownstone’, ma il fattore più lieto è stata proprio la presentazione di nuovi interessanti brani da ‘Libertad’, quali ‘Just Sixteen’, ‘The Last Fight’ e ‘She Builds Quick Machines’. Oltre ad una commovente ‘Wish You Were Here’ e ai pezzi già classici estratti da ‘Contraband’, su tutti ‘Set Me Free’, la ballad ‘Fall To Pieces’ e ‘Slither’, che ha chiuso il set. Dietro allo scatenato Weiland, presentatosi sul palco con un improbabile pellicciotto, Slash e gli altri si sono limitati ad eseguire diligentemente il compitino, a parte qualche concessione allo spettacolo sul finale di un concerto comunque intensissimo, che per fortuna è stato graziato dalla maledizione della pioggia.

Maledizione che ha colpito in pieno i Motley Crue: già dopo le prime note di ‘Dr. Feelgood’ la gente tornava ad indossare poncho e k-way e ad aprire qualche ombrello, con immensa gioia di chi si trovava dietro. Ma torniamo all’inizio: apertura con botti e fuochi d’artificio, Vince Neil subito a correre da una parte all’altra del palco, seguito a ruota da Nikki Sixx, mentre Mick Mars da fermo garantisce solidità ad una performance tanto travolgente quanto musicalmente ricca di sbavature, soprattutto da parte di Neil, salvato soltanto dalla buona volontà. Un concerto spettacolare, scandito da effetti pirotecnici e dalle battute a dir la verità spesso fuori luogo di Tommy Lee, ormai più caricatura di sè stesso che altro. Fortuna che almeno a livello musicale il Sig. Pamela Anderson dimostra di saperci ancora fare, soprattutto in virtù di una non comune potenza. La scaletta è quella che tutti si aspettano e vogliono fortemente: una sequenza di classici assoluti, imperniata sul capolavoro ‘Dr. Feelgood’ (l’album), impreziosita dall’emozione di ‘Home Sweet Home’ – cantata per buona parte dal pubblico – e dai pezzi di storia ‘Girls, Girls, Girls’, ‘Live Wire’ e ‘Shout At The Devil’. A ravvivare ulteriormente la serata, una ballerina in abiti a dir poco succinti fa il proprio ingresso sul palco, bacia Vince Neil e, in italiano stentato, chiede al pubblico preferenze sessuali e altre amenità varie. Qualche perplessità sull’atteggiamento finale della band, con la gente che implora il bis sotto una pioggia scrosciante e che in tutta risposta si vede arrivare una poco significativa ‘Anarchy In The UK’.

Alla fine, tirate le somme dei concerti visti e sentiti, qualità davvero notevole per la prima un po’ atipica giornata del Gods Of Metal 2007, che ha regalato molte belle ed insperate emozioni ad un pubblico diverso dal solito, fatto di glamster e rocker d’antan. Pubblico che ha dimostrato di gradire notevolmente la proposta di quest’anno. La speranza è che non rimanga un episodio isolato.

Grazie alla collaborazione con OuTune abbiamo la possibilità di mostrarvi tutte le foto che abbiamo scattato alla prima giornata del Gods of Metal. Eccole!

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