Gods Of Metal Day 2006: Live Report – Day III

Dopo l’abbuffata di metal tricolore, ci attende un 3 Giugno all’insegna delle sonorità classiche, con I Whitesnake e i riuniti Def Leppard in pole position.

Arriviamo all’Idroscalo mentre le Crucified Barbara sono già salite sul palco e purtroppo ci dobbiamo apprestare ad una snervante fila di quasi un’ora di fronte alla cassa accrediti. Un’inaspettata attesa che ci farà perdere anche la successiva performance dei finlandesi Sonata Arctica che, per quanto si riesca a distinguere dall’esterno, sembrerebbe molto buona e sostenuta con calore dagli astanti.

Raggiungiamo l’area antistante il palco giusto in tempo per seguire lo show degli Edguy, che oggi si impegneranno fino in fondo per far dimenticare l’imbarazzante prova al Gods del 2000. Ma gli ex bambini prodigio del power metal ormai sono cresciuti e offriranno un set di notevole spessore. Si comincia con lo scanzonato hard rock di ‘Lavatory Love Machine’, che subito scatena l’entusiasmo dei fan, seguita da altri classici quali ‘Babylon’, la più compatta ‘Mysteria’, la romantica ‘Tears Of A Mandrake’ e l’immancabile ‘Vain Glory Opera’, che andrà a chiudere il set. Il singer Tobias Sammet (che proseguendo la tradizione in fatto di cattivo gusto oggi indossa una canotta maculata!) è un vero show man, sempre pronto a interagire con il pubblico e a fare battute spiritose. Il nostro ci offrirà anche un fuori programma, ossia una scalata da vero folle lungo la palizzata destra del palco, seguita con curiosità anche da chi si stava godendo un po’ di fresco sdraiato sull’erbetta dell’Idroscalo. Una prova convincente questa volta, a sfavore della band giocano dei suoni non esattamente perfetti, ma il calore e la grinta degli Edguy oggi sono stati indiscutibili.

I suoni continueranno ad essere un problema anche per la successiva esibizione, quella dei brasiliani Angra, che saranno in parte sfavoriti dal soundcheck e in parte da uno show che non ricorderemo negli annali. Pur impeccabili da un punto di vista tecnico e professionale, oggi gli Angra non si impegneranno oltre alla classica mansione di routine, salutando il pubblico italiano con uno show sì buono, ma poco sentito. Edu Falaschi si renderà autore di un’ottima prova sui brani recenti, un po’ meno su classici come ‘Carry On’ o ‘Carolina IV’, non tanto per carenze personali, quanto piuttosto nell’ostinazione ad esibirsi con un innaturale falsetto che vorrebbe ricordare Andre Matos. Un set da mestieranti, dai carioca ci aspettavamo qualcosa di più.

Il discorso cambia con lo show dei Gamma Ray. Questa volta il sound rende giustizia alle esigenze della band e lo zio Kay, più che mai ammiccante, irrompe sul palco salutando i fan italiani per dare lustro all’ottimo ‘Majesty’. Chitarrista funambolico e bravo singer, il buon Kay è accompagnato dall’ottima sezione ritmica composta da Dirk Schlachter (basso) e Dan Zimmerman (batteria) e dal secondo chitarrista Henjo Richter, non solo gregario ma ottimo esecutore che con i suoi tappeti di riff rende il suond dei Gamma Ray più compatto e sfaccettato, soprattutto in sede live. Lo show lascia spazio anche all’anthemica ‘Heavy Metal Universe’, che scatena l’entusiasmo grazie ai suoi ritmi “boombastici”, e un inaspettato medley di brani degli Helloween (‘Future World’, ‘I Want Out’, ‘Ride The Sky’) eseguito alla perfezione, accolto alla grande dal pubblico e con un intento provocatorio nemmeno troppo nascosto verso le zucche di Amburgo (per la cronaca, a giudizio di chi scrive lo show dei Gamma Ray sarà nettamente superiore rispetto a quello degli eterni rivali). La splendida ‘Rebellion In Dreamland’ chiude uno degli spettacoli più riusciti della giornata.

Dopo la performance fenomenale dei Gamma Ray il concerto del gruppo di Timo Tolkki purtroppo non riesce a mantenere lo stesso livello di coinvolgimento e a parte il fitto nugolo di stretti fan molti rimangono decisamente meno colpiti dal live degli Stratovarius. Nonostante questo aggiungiamo che il set dei nostri è come sempre all’insegna della professionalità, a partire dalla prova al microfono di Timo Kotipelto, sempre ineccepibile in ogni singolo passaggio cantato, per passare allo stesso Tolkki alle prese con continui cambi di chitarra, fornitegli da un rodie che poveretto si deve destreggiare su una grande rastrelliera piena di strumenti (sembra un po’ di rivedere la sorte del povero roadie di Malmsteen visto l’anno scorso al Gods in Bologna…). Però la professionalità non basta a dare anima ad un concerto che nasce e muore all’insegna della freddezza, decretata anche dalla performance del tastierista Jens Johansson, che sul palco a tratti sembra quasi annoiarsi. Se non altro quest’anno Tolkki e il resto della truppa comunicano anche sullo stage, segno di una forse ritrovata armonia… ma lo show rimane poco avvincente.

Discussi ed odiati da molti vecchi fan, gli Helloween del 2006 si presentano sul palco dopo il concerto dei Gamma Ray, che, perfidi, eseguono tre classici di tutto tondo come ‘I Want Out’, ‘Future World’ e ‘Ride The Sky’ in modo a dir poco spettacolare. Il confronto è atteso da tutti e aimè la band di Kay Hansen ne esce vincente un po’ su ogni piano, sia per quanto riguarda il coinvolgimento che l’esecuzione dei brani. Infatti, se il buon Andi Deris risulta più che ispirato nei pezzi scritti di suo pugno, come la meravigliosa ‘If I Could Fly’, tradisce una mancanza non indifferente in classici del passato come ‘Eagle Fly Free’ (spesso non ci arriva proprio…). Decisamente discutibile poi l’idea dei nostri di iniziare il concerto con la polpettona ‘The King Of A 1000 Years’, lunghissima song tratta dall’ultimo contraddittorio album. Di certo gli Helloween non hanno brillato in questo show che vede Weikath (chitarrista) e company in affanno rispetto a gran parte dei loro colleghi.

“Noi siamo i Motorhead, suoniamo rock’n’roll e vi prenderemo a calci in culo!” Come da rituale inizia con le parole di Lemmy (basso e voce) il concerto dei Motorhead che ormai da qualche annetto presenta la stessa medesima scaletta, gli stessi numeri (la richiesta da parte del chitarrista Phil Campbell se il volume è abbastanza alto al pubblico o il discorso iniziale del buon Kilmister) e le stesse fasi quali l’assolo di batteria del terremotante Mikkey Dee. Nonostante il concerto/fotocopia il divertimento è sempre garantito e non è un caso se sotto i colpi devastanti di ‘Ace Of Spades’, ‘Overkill’ o della più recente ‘In The Name OF Tragedy’ (tratta dall’ulitmo album ‘Inferno’) il pogo risulta essere quello più distruttivo di tutto il Gods, compresa la giornata dedicata all’extreme metal. La nuvola di polvere si alza pericolosa e gli astanti tossiscono ma la furia che scatena il rock’n’roll dei Motorhead non concede tregua. Si dipanano le solite ‘Goin’ To Brazil’ e ‘Doctor Rock’ (In apertura) fra schiamazzi e urla di astanti che sembrano ritornare al vero status del rocker ubriacone e in cerca di divertimento sfrenato. Motorhead, senza dubbio uno spettacolo di grande effetto… come al solito!

Forse uno degli act più attesi fra quelli presenti al Gods, gli inglesi Def Leppard riescono a venire incontro alla curiosità del pubblico italiano dopo tanta assenza con un live show bellissimo, ricco ed energico che rilancia nella stratosfera la band, nata con gli Iron Maiden nel periodo d’oro della NWOBHM. Il set list dei nostri pesca un po’ in tutti i periodi della carriera sebbene un occhio di riguardo venga dato ai classici di tutti i tempi come ad esempio l’esecuzione possente di ‘Let’s Get Rocked’ (da ‘Adrenalize’) oppure delle ultranote ‘Hysteria’ e ‘Pour Some Sugar On Me’ (eseguita nel finale come bis) da ‘Hysteria’, o ancora ‘Rock! Rock! (Till You Drop)’ da ‘Pyromania’. La band si presenta tonica eccezion fatta per il singer Joe Elliott, decisamente sovrappeso. Gli altri “ragazzi” del gruppo invece sono in forma smagliante a partire dal biondo chitarrista Phil Collen che suona subito a dorso nudo sfoggiando un fisico asciutto e in ottima forma. Anche gli altri membri della band non sono da meno e Vivian Campbell, all’altra chitarra (ex Dio), garantisce una qualità ed una professionalità non facilmente riscontrabile. A lungo poi ci si era chiesti della seconda batteria presente sul palco e ben nascosta; in realtà si trattava, ovviamente, del drum kit particolarissimo usato da Rick Allen, che, senza un braccio, ha adattato il suo strumento con diversi pedali aggiuntivi. Il batterista suona a piedi nudi e l’assenza di un arto importante come un braccio non si sente affatto per la resa possente della linea ritmica. Peccato che i nostri siano ritornati alla ribalta con un anonimo disco di cover intitolato scialbamente ‘Yeah!’; la band che ha suonato in questa serata ha i numeri per produrre ancora tantissima buona musica di suo pugno.

Con la grinta di un ventenne David Coverdale irrompe sul palco mentre la band attacca con ‘Burn’ dei Deep Purple, un brano scelto ad hoc per scatenare subito un’ovazione tra i presenti. Nonostante i cambi di line-up i Whitesnake hanno ancora energia da vendere e il loro approccio ad un live show vanta una professionalità unita ad una voglia di divertirsi e stare bene insieme al pubblico che solo i veterani possiedono. Lo show sarà addirittura superiore a quello già tenuto al Gods Of Metal durante la discussa edizione del 2003, con una band che per l’occasione vede esibirsi sul palco dell’Idroscalo Doug Aldrich e Reb Beach (chitarra), Uriah Duffy (basso), Tommy Aldrige (batteria) e il tastierista Timothy Drury. I Whitesnake come sempre parlano d’amore e si prodigano in un ottimo set che pesca estensivamente dalla propria discografia, toccando classici quali ‘Here I Go Again’, ‘Ain’t No Love In The Heart Of The City’, ‘Crying In The Rain’, ‘Still Of The Night’, assicurando un perfetto connubio tra un romanticismo che scioglie il cuore a tutti i rocker e una grinta che sembrerebbe innata. David, dal timbro sempre caldo e interpretativo, sarà il vero mattatore dello show, pronto più di una volta a ringraziare con affetto il pubblico milanese. Forse i due lunghi assoli (peraltro ottimi) di chitarra e batteria si sarebbero potuti evitare o per lo meno accorciare aggiungendo un paio di brani in scaletta, ma quello dei Whitesnake è stato comunque uno spettacolo maiuscolo, uno di quelli di cui ci sente orgogliosi solo per il fatto di avervi partecipato.

Foto di Leonardo Cammi e Andrea Sacchi

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