Gods of Metal 2012: Day 3 – Motley Crue

È il giorno migliore (per modo di dire) dal punto di vista climatico, il vento dà un contributo alla coreografia, e nel tardo pomeriggio cadrà anche un po’ di pioggia. L’improvviso forfait dei Black Veil Brides, a pochi giorni dal festival, fa sì che le porte si aprano in ritardo, e i Planethard possono approfittarne e rimanere sul palco qualche minuto in più. Per la band milanese è la seconda volta sul palco del Gods of Metal (la prima fu nel 2007) e per l’occasione il quintetto presenta un repertorio incentrato unicamente sul nuovo album, “No Deal”. Se su disco i nuovi brani potevano già dirsi validi, la resa dal vivo li rinvigorisce di un forza ulteriore.  I Planethard mostrano compattezza sonora e nessun timore reverenziale nei confronti di chi si esibirà in seguito. Da evidenziare anche la presenza di Masha degli Exilia (che compare anche nell’album) che duetta alla voce con Marco Sivo durante “Abuse”.

L’annullamento dei Black Veil Brides fa slittare l’esibizione dei Lizzy Borden ad un orario leggermente più umano per una band del proprio calibro e quindi, poco dopo l’una e mezza, il mefistofelico Lizzy compare sul palco bardato, nonostante il caldo, con un nero mantello che lo copre completamente. Apre le danze “Tomorrow Never Comes”, seguita dalla storica “Red Rum”. La band si prodiga addirittura in una cover di Lady Gaga (!!!) ma l’attenzione è tutta sul cantante che tra trucco, cambi di maschere, accette e vampirismo sulla solita malcapitata modella riesce sempre a catalizzare il pubblico. Il suono è buono e il pubblico entusiasta (dimostrazione sarà la lunga fila per il meet & greet con la band). E’ un piacere ascoltare l’80s metal pulito e melodico dei Lizzy Borden, tra i pochi superstiti ancora credibili di un certo modo di intendere l’heavy. Non fa piacere invece constatare come qualche sparuto elemento tra il pubblico abbia iniziato a fischiare e a girarsi di spalle nel momento in cui le due asce, per omaggiare il calcio italiano, hanno indossato due casacche dell’Inter: si sa che l’idiozia della gente non ha mai limiti. Finale bombastico con la mitica “American Metal”. Una performance veramente energetica, speriamo di rivederli presto.

Da una botta di adrenalina all’altra è il turno degli Hardcore Superstar. Le date italiane non si contano più e il singer Jocke non si stancherà durante il concerto di ribadire come ormai l’Italia sia una seconda casa per la band. Il pubblico è già veramente numeroso, con una platea gremita quasi fino ai mixer. Purtroppo però si alza un forte vento e fin dalle prime note i suoni vengono non poco penalizzati, con i volumi che vanno e vengono in funzione delle folate che comunque danno un po’ di sollievo alla folla. La band comunque è sempre incredibilmente forte on stage, con l’attitudine  sopra le righe che ormai li contraddistingue. Forse in situazioni più contenute si avverte maggiormente la “botta” del loro sound ma è indubbio che pezzi come “Sadistic Girls” o “Wild Boys” abbiano sbaragliato gran parte della concorrenza anche in questo Gods of Metal. Dopo la ballad “Run To Your Mama” un po’ fuori luogo nel contesto eseguita dai soli Jocke e Vic Zino, il finale è sempre più in crescendo con “Last Call For Alchool”, vero nuovo inno della band, perfetta dal vivo, con la band che lancia bicchieri di birra sul pubblico ed infine la classica “We Don’T Celebrate Sundays” che vede il pubblico scatenarsi anche nelle file più arretrati. Probabilmente non tra le migliori esibizioni della band ma comunque come sempre grandi Hardcore Superstar.

Se qualcuno avesse mai avuto dubbi sulla nuova versione dei Gotthard (e alcune recensioni poco favorevoli di “Fiebirth”, accusato in particolare di essere privo di idee, lo dimostrano), questo live non fa altro che spazzare via tutti i dubbi. I Gotthard sono tornati più in forma che mai, e sono sempre più capaci di regalare un concentrato di emozioni al pubblico. Nic Maeder all’inizio appare un po’ “legato”, ma basta poco perché anche il cantante australiano entri nel vivo della situazione. L’esibizione alterna brani tratti appunto da “Firebrth”, come “Starlight” e “Remember It’s Me”, a classici che da sempre fanno parte di un live degli svizzeri, come la cover di “Hush”, “Dream On”, “Mountain Mama” e “Sister Moon”. C’è spazio anche per una toccante dedica a Steve Lee con “One Life, One Soul” in acustico (situazione particolarmente congeniale a Maeder), e per una conclusione esplosiva a base di “Lift U Up” ed “Anytime, Anywhere”. Emotività a parte, i Gotthard stanno facendo cicatrizzare le ferite, il che non vuol dire dimenticare le persone, ma guardare avanti, e lo stanno facendo nel migliore dei modi.

Sono circa le 18 quando sulle note di “Arrival” degli ABBA salgono sul palco i britannici The Darkness che, a distanza di ben 7 anni dal loro ultimo album, ripropongono vecchi e nuovi successi all’interno di questa terza giornata di Gods Of Metal. “Blanck Shuck”, prima traccia del loro primo “Permission To Land” è anche il brano di apertura di un’esibizion che, malgrado l’impegno e l’energia, risulta non sempre convincente e minata da problemi tecnici e dalla pioggia. Justin Hawkins, diverso nel look e nell’aspetto, dimostra di essere ritornato in pista e di volersi riguadagnare un posto nel panorama musicale. La voce, malgrado le insicurezze, sembra esserci così come la carica che fa si che la sua esibizione sia un continuo saltare e muoversi da un lato all’altro del palco. Presenza gradita o meno, i The Darkness continuano ripercorrendo le note dei loro maggiori successi: “Growing On Me” sembra catturare il pubblico che si fa definitivamente coinvolgere con la hit “One Way Ticket”. E’ proprio su quest’ultima che partono le incertezze sia nella voce di Justin, i cui acuti non sempre escono come dovrebbero, che nei suoni. Il soundcheck non risulta perfetto e basta essere a pochi passi dal mixer per capire che qualcosa non torna. La voce si alza e si abbassa e la strumentazione, assolutamente fondamentale, sembra calibrata male. Come non bastasse un problema tecnico mette in pausa i The Darkness. Dopo circa un quarto d’ora la band, per nulla demotivata, rientra in scena più grintosa che mai. L’esibizione continua sotto la pioggia con  “Nothing’s Gonna Stop Us”, singolo dell’ultimo album. La conclusione, da molti attesa viste le imprecisioni, i suoni non ottimali e l’imminente esibizione di Slash, spetta a “I Believe In A Thing Called Love”, su cui qualcuno balla, e “Love On The Rocks With No Ice”. Malgrado la buona volontà della band, i The Darkness non sono risultati particolarmente coinvolgenti e, a tratti, nemmeno molto consoni all’interno del contesto musicale. Il pubblico, diviso tra fischi e applausi, non è sembrato molto interessato, da rivedere sicuramente in un altro contesto.

Dopo un’esibizione di gran caratura dell’ex collega Axl, l’attesa attorno allo show di Slash era palpabile. Puntuali, sotto le ultime gocce di pioggia, Slash, Myles Kennedy e i Conspirators si presentano sul palco del GOM con la nuova “One Shot Thrill” e dalle prime note è già tutto chiaro: suoni belli pieni, volume adeguatamente alto, ma soprattutto una band carica come una molla. Ad aizzare il pubblico ci pensa subito “Nightrain” che fa scatenare il tripudio, seguita dall’ormai arcinota “Ghost”, tratta dal primo album solista di Slash. La scaletta è senz’altro ben bilanciata, con numerosi estratti dall’ultimo “Apocalyptic Love” che convince senz’altro più dal vivo che non in studio: “Anastasia” è sicuramente il miglior estratto ma anche “Shots Fired” ha un gran bel tiro live. L’attenzione è tutta sull’ex-Guns ed il suo fidato compagno Kennedy, autore di una prestazione come sempre colossale, ma a stupirci è Todd Kerns, bassista, che prende il microfono per “Doctor Alibi” ma soprattutto per “Out Ta Get Me”, vera chicca del set. Procedendo verso la fine possiamo finalmente goderci il vero assolo di “Sweet Child O Mine” con pubblico in visibilio, seguito dal delirio finale per “Paradise City”. L’impressione è quella di una band veramente coesa ed efficace sul palco. Fino a questo momento sicuramente il miglior show della giornata e tra i migliori del Gods…ma deve ancora arrivare il turno dei “santi di Los Angeles”.

La rotaia a 360° c’è, i microfoni penzolanti dai tralicci del palco ci sono, sono le 21:45: è tempo di far festa. Lasciamo da parte la tecnica e la bravura, “Wild Side” apre uno show tanto breve quanto devastante. I Motley Crue sono sul palco e la platea esplode. La scaletta è un vero e proprio greatest hits della band, con tutti i brani più famosi dei quattro pazzoidi di Los Angeles; unica “sorpresa” la presenza di “Too Fast For Love” e “Piece of Your Action”, tornate in scaletta dalle date di Las Vegas. Non è invece presente la preannuniciata “Sex”, nuovo brano che i Crue avevano promesso al pubblico europeo per questo tour. Poco male, lo show procede liscio e divertente come non mai e ormai anche “Saints of Los Angeles” ha trovato un suo spazio tra i classici. “Shout at the Devil” resta sempre un pezzo da 90 doppiata dalla sua “gemella” “Looks That Kill”. Dei gran pezzi di…sono anche le ballerine/coriste che affiancano Vince sul palco a più riprese, donando ai pezzi ancora maggior tiro. Dopo “Smokin’ in the Boys’ Room” arriva il tanto agognato momento dell’assolo di Tommy Lee: la batteria si muove lungo la rotaia rotante mentre Mr. Lee strapazza i suoi tamburi su una base elettronica decisamente azzeccata. Sale a bordo anche il fortunato vincitore del concorso e dopo essersi raccomandato di non vomitargli addosso, il batterista riparte per un altro 360°: abbiamo sognato un po’ tutti di essere seduti dietro a quella batteria in quel momento. Siamo quasi agli sgoccioli però, ci mancano solo “Dr. Feelgood”, la mitica “Girls, Girls, Girls” con tutto pubblico a mimare la manopola del gas guidato dal buon Vince Neil ad inizio brano, il lentone “Home Sweet Home” cantato da tutta l’Arena e infine l’immortale “Kickstart My Heart”, il botto finale. Non ci sono bis, un ora e mezza tutta d’un fiato, la band si concede solo per lanciare qualche secchiata di sangue finto sulle prime file e poi i Motley ci salutano con un ringraziamento sul maxischermo circolare. Come sempre il meno protagonista sul palco, Mick Mars, resta la vera colonna portante dell’esecuzione dei brani, con Sixx e Lee che vanno sempre dritti al sodo senza badare molto allo stile, di cui sinceramente ad un concerto dei Crue non dovrebbe fregare niente a nessuno; Neil si difende, ormai i limiti del suo cantato sono noti e stranoti ma stasera la sua performance è stata più che discreta. Avremo ascoltato volentieri tre ore di concerto anche questa sera ma sapevamo che la magia sarebbe durata meno, sappiamo anche però che i Crue hanno in serbo un nuovo album quindi non ci resta che aspettarli a braccia aperte, questa volta magari con il loro gran circo al completo.

Testo

The Darkness di Francesca Carbone

Planethard e Gotthard di Anna Minguzzi

Lizzy Borden, Hardcore Superstar, Slash, Motley Crue di Tommaso Dainese

Foto di Anna Minguzzi

francesca.carbone

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Scribacchina dal 2008 e da sempre schietta opinionista del mondo musicale. Dagli Iron Maiden ad Immanuel Casto il passo è breve, almeno per me.

anna.minguzzi

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E' mancina e proviene da una famiglia a maggioranza di mancini. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi mai smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va al cinema, canta, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Adora i Dream Theater, anche se a volte ne parla male.

tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

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