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Gods Of Metal 2008: Live Report – Day 2

Nelle prime ore della mattina un forte temporale scuote la città e crea sufficiente fastidio ai campeggiatori, ma anche se la prima parte della giornata è segnata da un po’ di nuvole, questo non è sufficiente a garantire una giornata più tranquilla dal punto di vista climatico. È il giorno più estremo del Gods of Metal, ed è anche il giorno dei grandi ritorni, per la presenza di due band recentemente riunitesi, su cui si accentra gran parte della curiosità dei partecipanti. Anche se non si arriva ai grandi numeri ottenuti la sera prima, l’affluenza a fine giornata è comunque considerevole, a conferma di chi sosteneva, alla vigilia del festival, che qualche estimatore della musica estrema sembra essere emerso dal letargo per questa occasione particolare.

Questioni organizzative ci impediscono di seguire l’esibizione di Oltrezona e Braindead, mentre l’arrivo degli Stormlord è già fonte di grande interesse. I pochi minuti a disposizione della band romana sono incentrati sul nuovo repertorio, dato che “Mare Nostrum” è appena uscito, ed attirano una buona concentrazione di pubblico nonostante il caldo e l’orario (siamo circa a mezzogiorno). I brani eseguiti nello specifico sono “Legacy Of The Snake”, “And The Wind Shall Scream My Name” e “Mare Nostrum”, tutti brani che suscitano interesse e che vengono resi ottimamente. Sempre bravi dunque.

Un’autentica folgorazione, una di quelle che ti prendono quando non ti aspetti assolutamente niente dal gruppo sul palco, e che invece ti lascia senza parole per la grande abilità tecnica e per la piacevolezza dei brani proposti. Brani che, tra parentesi, sono talmente lunghi e complessi che non ci si può permettere un attimo di disattenzione, ma che al tempo stesso risultano così immediati ed interessanti da strappare più volte applausi a scena aperta dalle prime file del pubblico e da non annoiare in nessun momento. È questa, in sintesi, la tipologia di emozioni provate nel momento dell’esibizione dei Between The Buried And Me, dei quali si consiglia l’immediato ascolto di tutta la discografia finora prodotta (tanto sono solo quattro album…). La mescolanza tra voce growl da parte del cantante Tommy Rogers, che accompagna i momenti dai ritmi più sfrenati, e le lunghe parti strumentali caratterizzate, appunto, da un’ottima padronanza tecnica da parte delle chitarre e della tastiera, fanno pensare a un misto fra lo stile dei primi Opeth, i Dream Theater e gli Orphaned Land senza le parti etniche; non a caso i Between The Buried And Me sono stati di recente in tour proprio con le prime due band citate. Il repertorio eseguito si basa principalmente sull’ultimo album, intitolato “Colors”, uscito lo scorso anno, con l’ottima “Prequel To The Sequel” a fare da portabandiera del gruppo; tra l’altro, questo è uno dei pochi brani che vengono presentati ufficialmente. Pochissime parole e tantissima musica, concentrata tutta insieme in uno spazio ridotto, pronta ad esplodere se la si ascolta con la dovuta attenzione, ad emozionare e a rimanere impressa a lungo.

L’atmosfera torna ad appesantirsi grazie all’intervento dei The Dillinger Escare Plan, già esibitisi in Italia pochi mesi fa, anch’essi potenziali vittime del caldo e dell’orario, anch’essi efficaci a livello di performance e ricompensati abbondantemente dal pubblico. Grinta e determinazione caratterizzano i 45 minuti di esibizione, legati principalmente al nuovo album “Ire Works” e segnati da brani come “Black Bubblegum”, “Milk Lizard”, “43% Burnt”, “Sugar Coated Sour”, e “Fix Your Place”. La band non si risparmia, sfrutta appieno il tempo a sua disposizione e riscalda l’atmosfera in attesa del rovente pomeriggio che si sta prospettando.

È il momento di una delle principali attese di questa seconda giornata, uno di quei gruppi per cui, come si accennava, anche gli estremisti più sedentari e misantropi si sono mossi per un evento che potrebbe non ripetersi, ovvero l’esibizione degli At The Gates. Si potrebbe pensare che anni di inattività possano avere arrugginito gli animi e la grinta, ma bastano le prime note di “Slaughter Of The Soul” perché anche i più scettici si ricredano. Non si rimane di certo indifferenti di fronte a brani come “Cold”, “Suicide Nation” o “The Swarm”, “Windows”, “Kingdom Come” e “Raped By The Light Of Christ”. E che dire di “Blinded By Fear”, altro classico del repertorio di questa band, qui riproposto e accolto con lo stesso entusiasmo che infiammava i fan nei primi Novanta? Sicuramente l’arrivo in scena degli At The Gates è stato uno dei momenti più emozionanti dell’intera giornata, proprio per la consapevolezza di essere di fronte a un pezzetto di storia del metal estremo, che si ripropone più attivo e vivace che mai. Promossi a pieni voti.

I Testament sono da poco tornati in scena con un nuovo album, quel “The Formation Of Damnation” che non troppo entusiasmo ha raccolto presso gli addetti al lavoro. Una piccola delusione motivata forse dalle altissime aspettative maturate in nove anni di attesa, oppure da un predecessore di elevato calibro come “The Gathering”, fatto sta che anche Chuck Billy e soci preferiscono puntare sui classici piuttosto che soffermarsi sull’ultima fatica, dalla quale vengono estratti soltanto “More Than Meets The Eye” e “The Enchman Ride”. Ma il pubblico del Gods Of Metal non potrebbe chiedere di meglio, visto che si comincia con l’accoppiata “Over The Wall” e “Into The Pit” e già l’Arena inizia a tremare. L’audience si stringe attorno alla figura carismatica del Grande Capo Chuck Billy, autore di un’ottima prova insieme a Eric Peterson e Alex Skolnick, una coppia di axe-men che oggi teme pochi rivali. Al basso, Greg Christian sembra davvero divertirsi, facendo mille smorfie e saltando da un lato all’altro del palco, mentre a completare la sezione ritmica, ecco il tellurico Paul Bostaph, che pare essersi accasato definitivamente presso la band dopo la breve apparizione di Nicholas Barker dietro le pelli. Lo spettacolo punta molto sull’impatto, ma l’ensemble non fa mai mancare l’interazione col pubblico e a volte pare che Chuck voglia abbracciare tutti i suoi fan con quelle enormi braccia e i suoi inquietanti sorrisi. La scaletta è varia e guarda molto al passato: il five-piece inanella tra le altre “Practice What You Preach”, “The New Order”, la magnifica “D.N.R.” seguita a ruota da “3 Days In Darkness” e chiude con “Alone In The Dark” (cantata dagli astanti insieme a Chuck) e “Disciples Of The Watch”. Termina una delle esibizioni più massicce viste oggi all’Arena, peccato che i suoni non siano propriamente perfetti ma in fondo siamo in un contesto festivaliero…

Cupi, disturbanti, geniali. Dei Meshuggah possiamo dire tutto e il contrario di tutto. Qualcuno lamenta il fatto che far suonare gli svedesi dopo i Testament sia pura eresia, ma non solo spesso si ignora il fatto che le due band siano contemporanee, ma non si considera l’approccio al metal estremo totalmente differente. I Meshuggah fanno un grandissimo male e lo fanno anche moralmente. Come da copione la performance offerta oggi non supera i quarantacinque minuti, ma sono quarantacinque, maledetti minuti vissuti ad un’intensità difficile da rendere a parole. E’un’ora scarsa passata su di un treno in procinto di deragliare, o se preferite, imprigionati in un anfratto buio mentre dell’acqua gelida sale fino alla gola. Furia chirurgica la loro, una violenza che richiama la solidità del death metal scandinavo, sperimentazione industrial, degenerazioni progressive impossibili da controllare. Questa folle macchina vive grazie alle urla di rabbia di Jens Kidman, che si muove sul palco con passo lento e assumendo espressioni da psicopatico. Con lui la genialità di Fredrik Thordendal e Marten Hagstrom a tessere colate laviche di riff e la sezione ritmica composta da Dick Lovgren e Thomas Haake, uno dei tecnici delle pelli più violenti e raffinati che il panorama del metal moderno possa vantare. “Rational Gaze”, “Suffer In Truth” e “Future Breed Machine” sono tra gli highlight di un’esibizione che non lascia scampo. E meno male che non hanno molta presenza scenica.

Lo show dei Carcass è forse il più atteso della giornata. Nei pressi del palco si stringono vecchie e nuove generazioni, un gruppo formato da chi Michael Amott lo ha conosciuto solo negli Arch Enemy e da chi non vede l’ora di rivedere in azione Jeff Walker con i suoi compagni di avventura. Ma la curiosità è proprio tanta, soprattutto quando chi hai di fronte è una band unica che nel tempo ha saputo evolversi da rozzo act di brutal-grind a geniale formazione che ha gettato le basi del death metal più tecnico e melodico, influenzando decine di band successive. Il bassista/cantante Jeff Walker fa il suo ingresso sul palco con un enorme sorriso, subito incitato dal pubblico. Gli si uniscono Michael Amott e Bill Steer alle chitarre e a completare la line-up, la precisione di Daniel Erlandsson degli Arch Enemy alla batteria, unitosi alla band per sostituire la sfortunato Ken Owen. Il raffinato massacro ha inizio con la magnifica “Inpropagation”, accolta con entusiasmo dagli astanti. La scaletta è varia (pur lasciando maggiore risalto a “Necroticism…” e “Heartwork”) e tiene in considerazione i vari risvolti della produzione della band, dal vecchio marciume di “Symphony Of Sickness”, “Genital Grinder” e “Rotten To The Gore”, alla magnificenza melodica di “No Love Lost”, “Death Certificate” e “Heartwork”. Sul finire del concerto, insieme ai compagni d’avventura, ecco arrivare sul palco proprio Ken Owen. L’ex drummer dei Carcass, che porta ancora i segni lasciatigli dall’emorragia cerebrale che lo colpì nel 1999, ringrazia la band che si sta prodigando per la sua definitiva riabilitazione e i fan. Grandi musicisti e grandi persone. Oggi i Carcass hanno dato tutto.

E per noi impenitenti metallari estremi, quale band migliore degli Slayer per concludere una giornata così? Ma gli Slayer, si sa, o scatenano l’Inferno o, per così dire, si limitano al buon mestiere. E questa sera, vuoi per dei suoni non particolarmente felici, vuoi perché l’umore non è dei migliori, la band decide di fare solo il proprio lavoro, con maestria, questo sì, ma senza metterci troppo cuore. Ce ne accorgiamo quando dalla pit incrociamo l’espressione piuttosto scocciata di un Tom Araya autore di una prova comunque ottima. E quando il nostro, dopo i primi tre brani esordisce con un “Buonasera a tutti! Scusatemi se non mi dilungherò a parlare con voi, ma vogliamo suonare tante canzoni e abbiamo poco tempo!”, ogni dubbio si dissipa. Eccellenza sonora, tecnica mostruosa, esecuzioni impeccabili, ma al di là di tutto questo a divertirsi con l’entusiasmo di un ragazzino sembra esserci rimasto solo Kerry King. Per gli altri il tutto pare essersi ridotto ad un “guadagniamo la pagnotta e andiamocene.” E per fortuna, almeno formalmente è tutto perfetto. La scaletta propone un sapiente mix tra il presente e i grandi classici della band, allineandosi sulla list proposta in Italia durante l’ultima edizione dell’Unholy Alliance. Le recenti ed esaltanti “Jihad” e “Cult”, si alternano ai vari “Hell Awaits”, “Chemical Warfare”, “Die By The Sword”, “South Of Heaven”, “Death Skin Mask” e “Raining Blood”, inno che neanche a dirlo, scatena un violentissimo pogo nelle prime file. Il finale, affidato a “Mandatory Suicide” e “Angel Of Death”, fa giusto giusto sputare ancora un paio di denti a chi si ritrova in mezzo alla bolgia. Nel mentre, gli Slayer ringraziano, salutano e se ne vanno dopo un concerto sicuramente ottimo ma che non avrebbe disdegnato quel clima di maggiore umanità e interazione con il pubblico lasciato dai Carcass. D’altronde, da simili mostri è lecito pretendere la perfezione e non solo una buona prova.

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