“Ma dai, c’eri anche tu al Gods del 2001?”, “Quale Gods?”, “Ma sì, quello dei due palchi…”, “Aaaaah, sì, quello dove ci siamo squagliati dal caldo!”. Ecco, questo dialogo ipotetico sintetizza all’incirca quello che, nell’immaginario collettivo di quegli anni, era il ricordo più prenotante del Gods Of Metal 2001. Un’edizione che passa alla storia sia per le band che vi hanno preso parte, sia per il contesto abbastanza particolare in cui si è svolto il festival; a oggi, forse, una delle edizioni più divertenti, che ci piace ricordare oggi, a 25 anni esatti dal suo svolgimento. Ecco le impressioni di due di noi, che presero parte al festival (separatamente, è ovvio).
La storia dei festival dedicati all’heavy metal in Italia, nella sua fase iniziale, si può riassumere sostanzialmente in due nomi: il Monsters of Rock, importato dall’Inghilterra e durato nel nostro Paese dal 1988 al 1993 (con qualche riesumazione) e il Gods of Metal, dal 1997 al 2012 in modo continuativo, anch’esso con qualche coda successiva. Per quanto riguarda chi scrive, se per il primo festival non me ne ero perso un’edizione, sul Gods of Metal avevo maggiormente selezionato le edizioni, in base all’effettivo interesse che mi suscitavano le scalette dei gruppi. La mia prima esperienza di questo festival era stata nel 1998 con i Black Sabbath headliner (la prima volta che li vedevo con Ozzy alla voce), e non era neppure concepibile mancare. La seconda volta fu l’edizione 2001, che, per quanto mi riguardava, aveva diverse ragioni di interesse. E in ogni caso, vedersi un buon festival ricco di band a vario titolo interessanti, era sempre una bella occasione.
Chi arrivava a Milano al Palavobis (che per noi di una certa età resterà per sempre il Palatrussardi), notava due caratteristiche principali: i palchi erano due, uno di fronte all’altro, cosa che almeno dalle nostre parti non si era mai vista, e faceva un caldo soffocante. La prima cosa suscitava curiosità, e tutto sommato da quanto ricordo, aveva funzionato discretamente bene (anche perché non mi interessava raggiungere le prime file), e la seconda, ero riuscito a gestirla decentemente, forte anche dell’esperienza di altri numerosi festival, visti nelle condizioni più disparate. O magari è la lontananza del ricordo che rende tutto un po’ più roseo, fatto sta che il caldo non è la cosa che, come fattore esterno, percepisco come più importante.
Fatto sta che, fin dalla tarda mattinata, erano iniziati ad esibirsi i vari gruppi, alternando i palcoscenici. Qualche ricordo ce l’ho dei Centvurion, con il loro heavy metal potente e abbastanza classico, mentre di altre formazioni (Sigma, Secret Sphere, Sungift, Beholder, Benediction ed Eldritch) ho ricordi piuttosto confusi, che probabilmente si sovrappongono fra di loro anche perché i generi proposti da queste formazioni non erano (e non sono) in cima ai miei interessi musicali.
Le cose diventano più chiare con gli hard rockers lombardi Wine Spirit, che già avevo visto live e che apprezzavo particolarmente, autori, in quell’occasione, di un’ottima esibizione.
I Kamelot, al netto di problemi vocali, se ben ricordo avevano fatto un buon concerto e i Nevermore, pur non rientrando nei miei gusti, erano stati ineccepibili, come d’altronde i Primal Fear, protagonisti di un concerto solido e convincente, sotto la bandiera di un heavy metal non certo originale, ma trascinante.
Non vedevo in concerto i W.A.S.P. da ben il 1986 (quando suonarono in apertura agli Iron Maiden del tour di “Somewhere in Time”), e in effetti era stato un concerto intenso e divertente, in cui la parte del leone la avevano fatta i classici, ma nel complesso con una scaletta piuttosto equilibrata.
Pur non essendo un loro fan, i Rhapsody mi incuriosivano, (al tempo non avevano fatto chissà quanti concerti), ma non mi avevano particolarmente impressionato, vista anche la discrepanza fra le versioni dei brani in studio e l’oggettiva difficoltà di riproporre dal vivo tutti gli arrangiamenti che li caratterizzavano.
I Cradle of Filth non mi hanno mai entusiasmato, e anche del concerto in questione non ho chissà quali ricordi positivi, se non per il fatto che Dani Filth aveva omaggiato Blackie Lawless come suo grande ispiratore. Il celebre episodio nel quale uno dei Nevermore e una corista dei Cradle si erano dati da fare però, me lo sono perso, anche perché le band che mi interessavano di meno le usavo per uscire a respirare un po’ di aria che, pur inquinata (siamo pur sempre a Milano!), era sempre meglio della cappa di umidità presente all’interno.
I Gamma Ray, che avevo già visto più volte, erano stati indubbiamente bravi e professionali, anche se pure per loro non nutro particolari entusiasmi.
Ma la parte per me più gustosa arrivava adesso: i Motörhead avevano fatto un grande concerto senza respiro, un’autentica boccata di ossigeno di rozzo rock’n’roll in mezzo a tanto metallo. E poi, indimenticabile la frase più celebre del festival, ovvero Lemmy che, rivolto al palco antistante in pieno sound check nonostante l’esibizione dei nostri eroi, si prodigava nel famoso “Savatage, shut the fuck up!”. Frase memorabile, restata negli annali della storia dei concerti metal italiani, in un live a dir poco necessario.
Savatage che, dal canto loro, avevano fatto un concerto per nulla avvincente. Certo, non sono mai stato un loro fan (sì, lo so, ma cercate di volermi bene lo stesso…), ascoltare però il raglio un cantante che definire pessimo era un eufemismo, il tutto condito con un suono mal regolato al limite del fastidio, di certo non aveva aiutato.
I Megadeth, che ammetto di non amare per nulla (sì, lo so n° 2, ma sono un tipo da hard rock vecchio stile…) li ho usati per uscire a riposare al pur relativo fresco serale, salvo un’occhiata ogni tanto.
Gli headliner Judas Priest, nonostante il ben poco esaltante album da poco sfornato (il mediocre “Demolition”) avevano fatto un concerto degno del loro nome, con un Ripper Owens coperto da una palandrana luccicante che lo faceva sembrare una via di mezzo fra un pallone da discoteca anni ‘70 e un lampadario made in Murano. La scaletta era peraltro incentrata sostanzialmente sui grandi classici, e su quelli, la band inglese, ha vinto a mani basse. Chiaro che il carisma di Halford (con il quale li avevo già visti un paio di volte) è un’altra cosa, ma anche l’americano se l’era cavata più che bene.
Un festival a suo modo memorabile per svariate ragioni, che lascia in me ancora oggi alcuni ricordi significativi.
Daniele Zago
Il Gods Of Metal 2001 è stato per me il primo festival importante a cui ho preso parte come spettatrice (e non me ne voglia il Metal Tower di Torre Maina, in provincia di Modena, di cui ricordo un fan che si presentò con uno spadone fatto probabilmente di cartone e ricoperto di nastro isolante nero). Il primo ostacolo per me non fu quindi capire come arrivare al Palavobis, ma convincere i miei genitori che non mi sarebbe successo niente, anche se avrei passato la notte fuori. Per fortuna furono sufficienti un paio di serate a litigare con ferocia e la presentazione dell’amico con cui avrei fatto il viaggio di andata, che ispirò fiducia.
Il viaggio di andata il 9 giugno in effetti fu molto tranquillo. Non fu difficile raggiungere la sede del festival, bastava seguire le schiere di fan che affollavano i mezzi pubblici in direzione Lampugnano. Già dalle prime ore del mattino, comunque, l’aria anche all’aperto era appiccicosa, preludio di quello che sarà poi uno dei temi principali della giornata. Quando siamo arrivati al Palavobis le danze erano già iniziate, mi sono posizionata sugli spalti del palazzetto e ho fatto in tempo ad assistere all’esibizione dei Benediction, di cui ricordo una grande grinta straordinaria (ma tenete conto che, come detto, per me era il primo festival grande e tutto mi appariva sotto una luce dorata). La struttura del festival era molto semplice: una band suonava su un palco, nel frattempo si preparava l’altro, e poco dopo la fine di uno, cominciava il nuovo concerto. In un primo momento, quindi, ho voluto saggiare il terreno e rimanere sugli spalti per farmi un’idea di cosa stesse succedendo. Poi, quando i Nevermore sono apparsi sul palco, indicativamente nel primo pomeriggio, la passione ha preso il sopravvento sulla timidezza. “Dead Heart In A Dead World” era uno dei miei capisaldi del periodo, e il fatto di vedere Warrel Dane a poca distanza, in quello che forse è stato il suo momento migliore, mi è sembrato un sogno.
Sono rimasta sotto lo stesso palco per comodità e ho assistito da vicino anche al concerto dei WASP, con Blackie che non aveva ancora avuto la sua svolta religiosa e quindi non aveva problemi a suonare “L.O.V.E. Machine” e “Animal“. Ricordo un concerto senza nessun momento per fiatare, Blackie che con la sua presenza statuaria era in grado di catalizzare l’attenzione su di sè con un magnetismo che non si è mai cancellato, e ahimé l’atmosfera del Palavobis che, sotto il sole del pomeriggio milanese, iniziava a scaldare sul serio.
C’era molto interesse per l’esibizione degli allora Rhapsody, perché a fronte di tre album che avevano riscosso un successo importante e che avevano aperto le porte del power metal sinfonico in Italia, la band non si era praticamente mai esibita dal vivo, e anzi giravano voci a dir poco scandalose, tipo che il batterista non esistesse e che avessero usato una drum machine per registrare. No, il batterista c’era, e il concerto è stato molto bello, anche se l’ho ammirato da lontano, in quanto per buona parte del pomeriggio sono rimasta nei paraggi dell’altro palco.
Sempre sullo stesso palco arriva poi il turno dei Cradle Of Filth, che all’epoca avevano pubblicato da poco “Midian” e navigavano sulla proverbiale cresta dell’onda. A causa della mia ingenuità dell’epoca, e a causa del fatto che non sono mai stata particolarmente appassionata dei lavori di Dani Filth e compagni, non c’è da stupirsi se la cosa che ricordo con vividezza sono le ballerine che concludono il concerto esibendosi in versione “nature” e poco altro.
Ho un ricordo abbastanza sfuocato anche del concerto dei Gamma Ray, che comunque avevo visto pochi mesi prima a Bologna insieme a Domine, Freedom Call e Labyrinth. Inoltre si era ormai a pomeriggio inoltrato, credo di non avere toccato cibo dal mio ingresso nel Palavobis, e soprattutto la temperatura interna aveva raggiunto ormai livelli simili alla fusione del nocciolo (perché certo, uscire dal Palavobis e prendere un po’ di fresco non si poteva fare, si rischiava di perdere qualcosa). Ricordo invece molto bene l’esibizione dei Motörhead, intanto perché é stata la prima volta in cui ho visto Lemmy dal vivo, anche se ammetto di avere assistito al concerto più o meno spalmata sul pavimento del Palavobis, in quinta fila dalla parte opposta, con un tentativo disperato di tenere botta fiono alla fine. Però Lemmy che gorgoglia, con il tono cavernoso che tutti ricordiamo: “Hey Savatage, shut the fuck up” lo ricordo benissimo ed è uno degli aneddoti più divertenti di quella giornata.
Era anche la prima volta che vedevo i Savatage dal vivo. Bene, i Savatage sono la dimostrazione che i colpi di fulmine esistono. Fino ad allora avevo letto solo alcune recensioni di “The Wake Of Magellan”, avevo letto che Zachary Stevens era uscito da poco dalla band e che questo aveva comportato grossi problemi all’album “Poets And Madmen”, ma non conoscevo una sola nota. Non so davvero cosa sia successo, ma quando la band è salita sul palco e ha iniziato a suonare, è scattato qualcosa che mi ha colpita profondamente a livello emotivo. Tanto che, quando Jon Oliva ha detto “Questa canzone è dedicata a mio fratello Criss” e ha attaccato “Believe“, sono scoppiata a piangere senza sapere nè le parole della canzone nè tutto il significato che vi stava dietro (eh, le ragazze emotive che saranno la rovina del metal…). Fatto sta che da quella epifania i Savatage sono diventati una vera pietra miliare della mia discografia; questo per dire anche che non ho tutto questo ricordo di quanto fosse scandaloso Damond Jiniya alla voce; evidentemente c’è stato qualcosa di più forte a conquistarmi.
Ho visto anche i Megadeth da lontano, ma ricordo bene una sensazione mista di curiosità e timore, perché Marty Friedman era uscito dal gruppo da relativamente poco tempo (tra l’altro avevo visto una clinic di Friedman non molto tempo prima del Gods 2001, e ci era stato categoricamente vietato di fargli domande relative alla sua uscita dai Megadeth). Anche in questo caso ricordo un concerto, seppur visto da distanza, incentrato sul nuovo album “The World Needs A Hero”, ma anche fitto di vecchi classici, e un Mustaine come sempre glaciale e implacabile, ancora un eroe in quegli anni, visto come un guerriero invincibile e intoccabile.
I Judas Priest si esibirono quando la temperatura del Palavobis aveva ormai raggiunto livelli indicibili. Non a caso il famoso cappotto lungo a specchi con cui Ripper Owens fece il suo ingresso trionfale scendendo dalla scalinata credo sia durato un brano e mezzo. Il mio battesimo del fuoco con i Judas fu quindi carico di volumi sparati, sudore a mille e l’emozione di essere a pochissima distanza (mi trovavo in seconda fila) da un gruppo di autentiche pietre miliari, cose che adesso sono scontate, ma che quando parti di casa per la prima volta la mattina presto insieme a un amico, totalmente disorganizzata, per scoprire tutto un mondo, suonano come rivelazioni stellari.
Mi sono dilungata molto sui concerti, quindi cercherò di essere breve sul viaggio di ritorno, che pure fu epocale. Dopo avere recuperato il mio amico del viaggio di andata ed esserci ricongiunti ad altri amici che viaggiavano in treno come noi, ci riposiamo un’oretta fuori dal Palavobis (ah già, il tutto dopo esserci strizzati ben bene le magliette e avere eliminato un po’ del materiale organico che grondava da esse). Poi uno dei nostri ha la brillante idea di dire: “Ma perché non andiamo in stazione a piedi'”. Noi tutti d’accordo, ma ovviamente nessuno di noi aveva idea di quale fosse la direzione da prendere. “Proviamo da quella parte”, suggerisce lo stesso amico che aveva lanciato la brillante idea. Camminiamo una mezz’ora senza avere idea di dove stessimo andando fino a quando no troviamo, in un giardino condominiale, un gruppo di nostri coetanei che stavano giocando a calcio (erano all’incirca le tre del mattino). Domandiamo se andiamo bene per la stazione centrale, e questi ci guardano come se gli avessimo chiesto se hanno visto un elefante rosa. I ragazzi ci fanno presente che “la stazione è di là” (cioè nella direzione opposta a quella che avevamo preso) e che potevamo aspettare un autobus notturno e andare in stazione con quello. Troviamo l’autobus, arriviamo in stazione, e poi alle rispettive case, dove so di essere crollata sul divano con maglietta fradicia e tutto il resto e di avere dormito fino a sera.
Meraviglioso.
Col senno di poi, forse una connotazione ulteriore di bellezza sta nel fatto che il Gods 2001 si è svolto poche settimane prima di due eventi (G8 di Genova e l’11 settembre) che hanno tolto buona parte della nostra innocenza. Probabilmente è anche per questo che ricordo quella giornata, la maglietta fradicia, Lemmy che dice ai Savatage di stare zitti, Jon Oliva a destra del palco che sorride e il cappotto a specchi di Ripper Owens come uno dei momenti più perfetti dei miei ricordi.
Anna Minguzzi

