Steve Walsh – Recensione: Glossolalia

Steve Walsh non dovrebbe avere bisogno di presentazioni: in trent’anni il cantante e tastierista dei Kansas ha ripetutamente arricchito lo scrigno che custodisce i frammenti più preziosi della musica hard. Quasi a dimostrazione di un ritrovato stato di grazia, Walsh negli ultimi due mesi ha rilasciato prima il nuovo album dei Kansas e quindi questo suo ‘debutto’ in qualità di solista. Tralasciando il fatto che due prodotti di tale valore in così poco tempo sono evento ‘giubilare’ per il settore pomp-prog, il confronto tra ‘Somewhere To Elsewhere’ e ‘Glossolalia’ permette di apprezzare meglio lo spessore di un musicista che, a dispetto delle apparenze anagrafiche, non ha smesso di progredire. Infatti, se con i ‘nuovi’ Kansas la scelta è stata quella di omaggiare la tradizione della band con grande rispetto filologico (e conseguentemente limitato impatto artistico), con ‘Glossolalia’ si ha il (riuscito) tentativo di proiettarne, se non il nome, almeno la traiettoria evolutiva nel nuovo millennio. Rimangono l’inconfondibile vocalità, la propensione a disegnare suontuosi scenari, ma l’approccio è ‘fresco’ nei suoni, sfrontato e sicuro in arrangiamenti che regalano continue sorprese. Nessun mezzo è risparmiato: affondi spigolosi nelle chitarre, travolgenti e obliqui squarci orchestrali, intimismo acustico, grandeur e trasporto da musical di Broadway, stellari cori gospel e molto altro, in una vera e propria cornucopia di sensazioni in musica. Progressive moderno, dunque, con un veterano che si toglie lo sfizio di mostrare alle giovani leve cosa significa guardare avanti: l’inziale ‘Glossolalia’ colpisce per l’alternarsi di durezze ritmiche contemporanee e cinematografici arrangiamenti arabeggianti, mentre è con soddisfazione che si nota come i dieci minuti di ‘Smackin’ The Clowns’ centrino, in temini di pathos e pura bellezza, il bersaglio che l’intero ‘Scenes From A Memory’ dei Dream Theater è riuscito appena a sfiorare. Ovviamente il raffronto con la band newyorkese è solo a livello di intenzioni, dato che il marchio stilistico di Walsh non si affievolisce neppure per un istante, al punto da impedire alla personalità peculiare del ‘partner in crime’ Trent Gardner (Magellan) di prendere il sopravvento. Il coinvolgimento emotivo rimane totale anche nel resto dell’album, al punto che apparenti stravaganze come il prog-funk (in pratica gli Yes di ‘90125’ innamorati di Prince!) di ‘Heart Attack’ o il chitarrismo boogie (rivestito di dondolante elettronica) di ‘That’s What Love Is All About’ finiscono con l’integrarsi fluidamente nel quadro complessivo. Ma è il calore di commoventi ballad pianistiche (ammantate di drammatica teatralità sinfonica), come ‘Serious Wreckage’ e ‘Mascara Tears’ che ruberà il cuore di molti di voi, ne sono convinto. Bentornato, Steve.

Voto recensore
9
Etichetta: Magna Carta / Edel

Anno: 2000

Tracklist: Glossolalia
Serious Wreckage
Heart Attack
Kansas
Nothing
Haunted Man
Smackin' The Clowns
That's What Love Is All About
Mascara Tears
Rebecca

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