Glenn Hughes: Live Report e foto della data di Milano

Bentornati negli anni 70. Sembra che una macchina del tempo sia apparsa sul palco piccolo dell’Alcatraz in una sera piovosa di fine maggio per riportarci a un tempo di speranze, pace e colori. Questi sono i sentimenti portanti che si respirano prima che Glenn Hughes appaia sul palco, accompagnato da un grande backdrop che richiama gli anni delle Mark III e IV dei Deep Purple, a cui si aggiungono una colomba con i colori della pace da una parte e un sole luminoso dall’altra parte.

Assistere a un concerto di Glenn Hughes fa bene all’anima e mette in pace con se stessi. Prima di tutto, Hughes è chiaramente in pace con il mondo; oltre a sorridere a tutti e a interagire con le prime file con l’esperienza di chi sul palco ci vive da sempre, è capace di trasmettere un senso di serenità generale, di chi si sente tutti i giorni grato per essere al mondo, per essere in salute e poter fare ancora al meglio quello che ama, ovvero suonare e cantare. Questi sentimenti non rimangono una sua proprietà unica, anzi Hughes vuole condividere questi sentimenti con tutti, con la certezza che, una volta usciti dall’Alcatraz, saremo ancora pervasi da questo senso di pace.

In secondo luogo, e qui andiamo più sull’aspetto musicale, Hughes è un miracolato (cosa di cui è perfettamente consapevole) capace di mantenere la voce a livelli ancora elevatissimi a oltre settant’anni di età, quando diversi suoi coetanei arrancano oppure smettono del tutto. Certo, leggendo la scaletta proposta ci si potrebbe chiedere come sia capace di suonare “solo” otto brani per un’ora e tre quarti di concerto. La risposta è che i brani vengono tutti dilatati a regola d’arte, con l’inserimento di ottime jam strumentali che lasciano spazio volta per volta a chitarra, batteria e tastiere, ancora una volta nello spirito degli anni 70. Non si tratta comunque di riempitivi biechi, usati per sostituire una voce debole, perché basta il primo acuto sul ritornello di “Stormbringer” per far esplodere l’Alcatraz in un urlo di gioia liberatoria. Glenn Hughes è ancora in una forma stratosferica, ha solo bisogno di prendersi i suoi tempi e di lasciare qualche spazio fra un acuto e l’altro, ma in questo modo riesce a centrare tutti i bersagli in pieno. Fra un brano e l’altro c’è anche spazio, come è sua abitudine, per un po’ di chiacchiere, che servono anche per ricordare gli affetti perduti, in particolare Jon Lord e Tommy Bolin, ed è chiaro come questo ricordo non sia un insieme di parole vuote, ma che viene fatto con il cuore ogni volta. Un altro riferimento agli anni 70 arriva quando Hughes ricorda i bei tempi di California Jam; siamo sempre nel 1974, cinquant’anni dopo l’uscita di un album iconico come “Burn“. Questo tour viene infatti pubblicizzato come un festeggiamento in occasione del cinquantesimo anniversario dell’uscita del lavoro, ma la setlist contiene anche due estratti da “Come Taste The Band” e, appunto, da “Stormbringer“. La scelta dei brani eseguiti è ottima per un salto a piedi pari nel passato, anche se un equilibrio fra vecchie glorie ed estratti dal repertorio solista di Hughes nei decenni post Deep Purple sarebbe stato gradito (è vero che fra poche settimana uscirà un nuovo album targato Black Country Communion, ma sinceramente i singoli pubblicati finora non ci sono sembrati eccezionali). Il ritorno al passato, con il suo ottimismo e la sua voglia di pace, suonano comunque attuali e la risposta del pubblico è notevole, con un Alcatraz pieno di partecipanti preparati e partecipativi.

In sintesi, un live di livello altissimo, grazie anche ad Ash Sheenan alla batteria, Søren Andersen alla chitarra e Bob Fridzema alle tastiere, un tuffo nel passato piacevole, una voce ancora perfetta. Serata ideale per i nostalgici, forse un occhio al presente non sarebbe guastato, ma aspettiamo Glenn Hughes al prossimo appuntamento live, e sappiamo già che non sarà una delusione.

Setlist:

  • Stormbringer
  • Might Just Take Your Life
  • Sail Away
  • You Fool No One
  • Mistreated
  • Gettin’ Tigher
  • You Keep On Movin’
  • Burn

anna.minguzzi

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E' mancina e proviene da una famiglia a maggioranza di mancini. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi mai smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va al cinema, canta, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Adora i Dream Theater, anche se a volte ne parla male.

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