Glenn Hughes: Live Report della data di Milano

C’erano molte aspettative sul ritorno in Italia di Glenn Hughes, da solista questa volta, dopo il passaggio lo scorso anno insieme ai Calofornia Breed; talmente tante aspettative che il Legend di Milano ha registrato una volta tanto il tutto esaurito. Ecco, se proprio dovessimo parlare di un aspetto negativo della serata, quello potrebbe essere il locale scelto, noto ormai per le sue dimensioni ridotte e che quindi si è dimostrato purtroppo inadeguato a raccogliere il pubblico presente. Senza contare poi che, complice anche il caldo straordinario di questi giorni, l’interno del locale ha reso difficile la permanenza al suo interno e, di conseguenza, la partecipazione attenta al concerto.

Detto questo, e affrontate le condizioni climatiche e il bagno di folla attorno, la serata inizia comunque molto bene grazie al trio capitanato da Jared James Nichols, una sorta di Ted Nugent giovane, molto più simpatico e senza tutti i discorsi reazionari. Il musicista del Wisconsin, amante del rock classico e del blues, come si evince da subito, non sembra avere particolari timori reverenziali nei confronti di chi si esibirà dopo di lui, e sfrutta al meglio il tempo a sua disposizione con un repertorio che spazia tra brani originali e cover per niente scontate, come quella di “Mississippii Queen” dei Mountain. La sua è una prova notevole, e gli appassionati del rock più classico devono sicuramente tenerlo d’occhio.

I motivi per cui vale la pena di andare a un concerto di Glenn Hughes sono molti. La novità di questo tour è la presenza alla chitarra di Doug Aldrich che, orfano dei Whitesnake, si è comunque associato ad un musicista di grandissimo valore, senza dover peraltro prestarsi a un lavoro durissimo anche dietro il microfono, dato che Hughes di voce ne ha ancora da vendere. Il fatto di presentarsi come solista rende Hughes molto più libero, a livello di repertorio da presentare, rispetto al live dello scorso anno; ecco quindi che, oltre all’immancabile “Mistreated”, con un finale lunghissimo e caratterizzato da tutte quelle improvvisazioni vocali che Hughes riesce a fare ancora in modo così perfetto, c’è spazio per due estratti dal repertorio dei Trapeze e per gli omaggi ai Deep Purple, soprattutto a inizio e fine concerto, con una travolgente “Stormbringer” e una ovvia, ma mai banale, “Burn” nel finale (chi scrive tra l’altro ha avuto la fortuna di vedere Hughes duettare con Bruce Dickinson proprio su “Burn” durante il concerto in memoria di Jon Lord a Londra nel 2014…provate a indovinare chi dei due ha cantato meglio?). “Good To Be Bad”, che dà il titolo a uno degli ultimi album dei Whitesnake, è introdotta da un siparietto in cui Hughes spiega i suoi buoni rapporti con David Coverdale (facendone anche l’imitazione), mentre i Black Country Communion, il supergruppo con cui Glenn Hughes ha spopolato negli ultimi anni (e che forse si è sciolto troppo presto) viene ricordato con altri due estratti nel finale. Certo, Glenn Hughes non è più un ragazzino, e con ogni probabilità gli assoli di chitarra e di batteria posti in punti strategici della setlist hanno il solito compito di fargli riprendere un po’ di fiato; comunque sia, durante tutta la lunga esibizione non si assiste ad un solo momento di incertezza o di calo. Anzi, Hughes sembra attingere sempre più energie man mano che aumenta il suo contatto con il pubblico, tanto da annunciare a fine concerto che ha intenzione di tornare presto a suonare da noi, e che la scelta di iniziare il tour europeo dal nostro Paese non è stata casuale. Anche la sua interazione con Doug Aldrich (che lui definisce un ottimo musicista, un’ottima persona e un ottimo padre di famiglia) è ottima per tutta la durata del concerto; nelle quasi due ore di concerto è comunque Hughes l’unico protagonista indiscusso, con la sua voce squillante e inconfondibile, le sue improvvisazioni da esperto frequentatore dei palchi di tutto il mondo e il suo atteggiamento cordiale e diretto nei confronti dei presenti. Poche parole, ma significative, e tantissimo rock di grande potenza, per una serata da incorniciare.

Setlist:

  • Stormbringer
  • Orion
  • Way Back To The Bone
  • Touch My Life
  • Sail Away
  • Good To Be Bad
  • Mistreated
  • Can’t Stop The Flood
  • One Last Soul
  • Soul Mover

Encore:

  • Black Country
  • Burn

anna.minguzzi

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E' mancina e proviene da una famiglia a maggioranza di mancini. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi mai smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va al cinema, canta, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Adora i Dream Theater, anche se a volte ne parla male.

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