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Girlschool – Recensione: WTFortyfive?

Con una carriera di quarantacinque anni alle spalle, che è poi l’invidiabile traguardo celebrato dal titolo di questa loro quattordicesima uscita, le Girlschool rappresentano uno degli esempi più longevi di hard-rock al femminile, e ben oltre la loro dimensione britannica. Con “WTFortyfive?” la band fronteggiata da Kim McAuliffe torna in studio a distanza di dieci anni per celebrare un’attitudine grezza e genuina che non è cambiata e – con essa – il gusto per la melodia che può andare a braccetto con la loro immagine tradizionalmente dura & pura, il tutto condito dagli immancabili e speziati sentori di punk, rock’n’roll e… Motorhead, dai quali queste ragazzacce hanno sempre ricevuto un supporto essenziale per la propria carriera. A perdersi in giri di parole si farebbe però un dispetto a questo disco, un po’ come sarebbe successo con Lemmy e compagni, perché qui parliamo di una musica che è tutta stomaco e sudore, passione pura, ritmi incalzanti e chorus ripetitivi che ti entrano in testa non solo e non tanto perché siano particolarmente catchy, ma più che altro per la convinzione ostinata con la quale sono proposti, martellati ed insistiti. Ed il fatto che l’openerIt Is What It Is”, con le sue ritmiche semplici semplici, sia uno dei singoli scelti per promuovere l’intero album, la dice piuttosto lunga sull’ambizione di “WTFortyfive?”, che è soprattutto quella di divertire all’insegna di un rock ruvido ed immediato.

Girlschool - It Is What It Is (Official Video)

Se nessuno ricercherebbe la complessità ed il gusto per l’arrangiamento in un disco delle Girlschool, bisogna comunque dire che la linearità di questo nuovo disco non deve necessariamente trasformarsi in monotonia: la seguente “Cold Dark Heart”, ad esempio, ha una consistenza dark/doom – peraltro corredata da cori molto efficaci – che ti aspetteresti più come bonus-track che come secondo brano in scaletta, ed anche “Up To No Good” presenta un giro punk/funk/groove che la rende davvero accattivante semplicemente mescolando una manciata di semplici ingredienti. Quasi dire che queste sono sì le Girlschool di sempre (e con “Bump In The Night” si torna felici all’ovile, infatti), ma qualche sorpresina potrebbe essere sempre dietro l’angolo e l’ascoltatore farebbe meglio a non abbassare la guardia.

In mezzo ci sono naturalmente canzoni più prevedibili ma non per questo meno orecchiabili (“Barmy Army”), altre con un’inconfondibile venatura british (“Invisible Killer”) che sa di pioggia e mattoni marroni ed altre ancora con un tocco di blues che, attraversato l’oceano, sembrano invece richiamare i colori accesi dei tramonti americani. Tutte in ogni caso confezionate sempre con cura, al punto che di punti davvero bassi non c’è davvero traccia, un modo perfetto per onorare un disco che porta sul groppone il peso di seguire a distanza consistente il precedente “Guilty As Sin”. Impossibile, infine, non menzionare la cover di “Born To Raise Hell” posta alla fine degli ascolti: già proposta in due versioni differenti da Motorhead ed Ozzy nel 1993, le Girlschool ne celebrano piuttosto degnamente il trentennale con una versione street e ruspante che si avvale del contributo di Biff Byford, Phil Campbell e Duff McKagan.

Qualunque sia il mood del brano o il grado di interesse che ciascuna traccia è effettivamente in grado di suscitare o mantenere, la band di Londra mette a frutto gli anni di esperienza per dare alla propria musica una bella solidità, una quadratura che rappresenta un compromesso evidentemente longevo tra la voglia di picchiare pesante (“Are You Ready?”) ed un bagaglio tecnico adeguato ma poco interessato a fare scintille. Di “WTFortyfive?” si dovrebbe dire, innanzitutto e senza troppa prosa, che è un buon disco: la sua immediatezza non si traduce in eccessiva e frettolosa semplificazione, c’è una bella alternanza tra episodi più ruvidi ed altri melodici ma non svenduti (“It’s A Mess”) ed un’attitudine genuina che – però – sembra disposta a fare i conti con gli anni che passano e le esperienze che si accumulano. Questo disco non è insomma un patetico reboot, ma un prodotto che presenta una formazione alle prese col suo tempo e disposta a fare i conti con esso prendendosi qualche pausa canterina (“Into The Night” oohh oohh, oohh oohh oohh) e senza snaturarsi del tutto. Un album di canzoni corte e basate su riff immediati ma non scontati, poco propenso a prendersi rischi non necessari e tutto sommato perfetto per dire qualcosa di nuovo, senza dirlo affatto.

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