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Ghøstkid – Recensione: Hollywood Suicide

“Goth-nu-rock-core”. Se c’è qualcosa che ha catalizzato la mia attenzione, quando per la prima volta ho letto la presentazione del nuovo album della band tedesca fronteggiata da Sebastian “Sushi” Biesler, questa è proprio l’inquadramento ardito della sua proposta in una dimensione dai confini tanto confusi. Ma in fondo fa parte del gioco, mi sono detto, dal momento che confondere e stupire è nel DNA dei Ghostkid, quintetto che ha debuttato nel 2020 con l’album omonimo ma le cui fortune sono state fino ad oggi compromesse (anche) dagli eventi legati alla pandemia. “Hollywood Suicide” costituisce quindi il momento della riscossa, ed anche quello per cui non ci sono più alibi né scuse: ed è quindi con una curiosità ed un interesse ancora più grandi che ci si accosta al lavoro di un collettivo che – attraverso la propria arte – si propone dichiaratamente di sorpassare i limiti, provocare e dare vita ad un messaggio in grado di spingersi oltre i limiti (culturalmente angusti, a sentir Biesler) del territorio nazionale. Grazie alla possibilità di ascoltarlo in un formato inadulterato e non compresso, “Hollywood Suicide” è un disco che non aspetta altro di essere “sparato” attraverso gli altoparlanti: se è vero che esistono anche rivoluzioni silenziose, quella che hanno in mente i cinque di Dortmund è invece una ribellione vigorosa fatta di picchi ed energie sguaiate, che in qualche modo non può prescindere dall’impeto, dalla quantità d’aria spostata e dalla nuda violenza con la quale le sue sonorità elettriche si stampano sugli incolpevoli timpani.

GHØSTKID - HOLLYWOOD SUICIDE (OFFICIAL VIDEO)

Rispolverando – e non solo figurativamente – un paio di cuffie Sennheiser HD40 degli anni novanta, comincio ad acclimatarmi con le distorsioni di “Hollywood Suicide” con una title-track che trova un equilibrio soddisfacente tra la sua componente scream e quella più melodica, prevedibilmente assegnata al ritornello. Il brano è un assalto ritmato che al suo interno contempla tempi dimezzati, timidi elementi sinfonici e – inutile dirlo – anche una manciata di secondi riservati alla sola voce di Biesler, secondo un canovaccio collaudato ma allo stesso tempo interpretato con una chiara conoscenza della materia. La formula proposta dalla band tedesca è perlomeno sufficientemente ricca e varia, sebbene la sua natura mainstream – all’interno del genere di riferimento – faccia abbandonare ben presto ogni speranza di reale novità. Non si può quindi parlare di un disco propriamente coraggioso, ed il tempo dedicato alla lettura della presentazione dell’album risulta fondamentalmente perso: va meglio con gli ascolti, però, dal momento che – nonostante alcune recensioni tiepide ottenute altrove – i Ghostkid qualche merito ce l’hanno.

Innanzitutto ai tedeschi va riconosciuta una positiva capacità di sintesi: che si tratti di una piacevole ballad (“S3X”) o di un assalto frontale ben arrangiato (“FSU”), il tutto si risolve nel giro di tre minuti di buona intensità e portando in evidenza l’idea o il riff di fondo senza troppi giri di note e di parole. In questo, “Hollywood Suicide” è sorprendentemente diretto, quasi genuino a dispetto della natura artificiale e costruita dei suoi suoni. Tutto è cantabile o – per i più arditi – ballabile, con un potenziale status di singolo che va riconosciuto a più di una traccia: attingendo in prevalenza dalla scena americana (più stanca) e da quella nordeuropea (leggermente più vibrante), questa proposta a caccia di estremi (“Dahlia”) porta sempre a casa un risultato elettrico ed interpretato con un trasporto ed una passione (“Heavy Rain”) che fino a qualche anno fa non avrebbero sfigurato nemmeno in qualcosa dei Linkin Park.

Nonostante un’immagine “di rottura”, che aspira ad essere riconosciuta come sporca e dannata, i Ghostkid propongono in realtà un prodotto rifinito e dalla forte componente melodica (“Valerie”, “Helena Drive”), raramente irresistibile ma ben prodotto – le mie vecchie Sennheiser approvano – e dotato di una convincente e desolante componente atmosferica (“Murder”). Fedele alla sua provenienza tedesca, che nel rispetto dello stereotipo lo obbliga ad essere molto più quadrato, ammiccante e prevedibile (“Ugly”) di quanto esso stesso non vorrebbe sembrare, “Hollywood Suicide” non è un disco particolarmente ambizioso, ma un prodotto pungente pubblicato da una major che beneficia della collocazione all’interno di una specifica e (forse) anacronistica nicchia. Una nicchia peraltro cara a molti, a giudicare dal nutrito numero di date live con le quali i nostri porteranno il loro metal elettronico in giro per l’Europa. Nella colonna sonora di un videogioco per Playstation 2, o perso tra i titoli di coda di un film di fantascienza in DVD, questo è un vinile che avrebbe fatto la sua porca figura.

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