Metallus.it

Journey – Recensione: Generations

Libertà. Nella sua accezione più ampia, è questa la parola migliore per descrivere il nuovo attessissimo lavoro dei Journey, trent’anni di carriera alle spalle e niente da dimostrare alla gente, se non che sono ancora vivi. La loro assenza dai palchi europei implica che la maggior parte dei fan del vecchio continente li conoscono solo attraverso i dischi da studio, e ‘Generations’ è una piacevole boccata d’aria fresca. Si tratta di un piacere che è intensificato se ci si costringe a dimenticare il passato musicale della band e lasciarsi trasportare da pezzi che sorprendono per la varietà e per la capacità di percorrere qualsiasi via con estrema naturalezza. Se ‘Arrival’ era un ottimo album perfettamente nella scia del sound che ha reso i Journey famosi, efficace nel presentare agli scettici il talento simil-Perry di Steve Augeri, ‘Generations’ è un tuffo, almeno a livello di atteggiamento, al primo periodo del gruppo, quello in cui l’elemento jazz era preponderante rispetto a quello AOR. Lo spirito jazz è rintracciabile soprattutto, come già detto, nell’estrema libertà e apertura mentale con cui i Journey affrontano questa nuova fatica discografica. Schon, in questo senso, è guida e maestro: il suono della sua chitarra è senz’ombra di dubbio quello che più brilla, e l’ex compagno d’avventura di Santana non si rifugia mai nella replica delle linee melodiche del chorus, trovando invece sempre soluzioni piene di fantasia e di ispirazione per i suoi assoli.

La novità più palese introdotta con ‘Generations’ è però, senz’altro, il fatto che ciascuno dei cinque membri della band canta un pezzo (Deen Castronovo interpreta anche la bonus track ‘It’s Never Too Late’). Ad Augeri è riservata ancora più della metà delle canzoni, ma la scelta di dare un’opportunità anche agli altri si traduce nella sensazione che i Journey si sono divertiti non poco nella registrazione di ‘Generations’, e questo si riflette anche su chi si mette ad ascoltare pezzi come la straripante ‘Every Generation’, affidata alla ruvida voce di Jonathan Cain, o l’impressionante avvicinamento di Deen Castronovo a Steve Perry in ‘A Better Life’, quanto di più vicino al marchio di fabbrica dei Journey targati anni ’80.

L’alternanza al microfono ha, però, anche delle ripercussioni negative, per quanto indirette. La parte centrale dell’album, infatti, quella cioè in cui Augeri canta quattro pezzi di fila, suona molto meno convincente del resto, ed è difficile non collegare una sensazione del genere all’interruzione della varietà assicurata dal continuo cambiamento di interprete. Difficile da difendere in assoluto è ‘Knowing You Love Me’, davvero troppo vicina alle soluzioni melodiche di una boyband, mentre pezzi come ‘Butterfly’ e ‘Believe’ sono semplicemente discreti, sfigurando rispetto ad una parte iniziale e ad una iniziale che potrebbero essere le due estremità di un capolavoro.

All’interno di queste eccellenti sezioni è difficile scegliere un pezzo piuttosto che un altro, tanto sono diverse le anime della band che emergono. L’unica costante è, forse, la chitarra di Schon, che sceglie subito di distaccarsi da quello che sarebbe logico attendersi in un approccio mainstream: ‘Faith In The Heartland’, la cui intro ricorda in maniera impressionante quella di ‘Where The Streets Have No Name’ (U2, ancora una volta nel giro di un paio di mesi), sembra dipanarsi su coordinate estrememente convenzionali finché arriva il momento dell’assolo. In ‘The Place In Your Heart’ la struttura è di nuovo piuttosto tradizionale, punteggiata però da un lavoro di chitarra sicuramente atipico. Che dire poi della hendrixiana ‘In Self-Defense’, in cui Schon è anche alla voce (peraltro con risultati meno convincenti rispetto agli altri “cantanti per un giorno”)? Il pezzo più strano è affidato alla voce di Ross Valory: non è solo per il timbro decisamente diverso che ‘Gone Crazy’ si distacca particolarmente da quanto proposto nel resto di ‘Generations’. Dove Augeri riesce alla grande è in ‘Better Together’, in cui il cantante si dimostra a proprio agio anche al di fuori di quelli che sono i suoi schemi tradizionali. Il pezzo che rimane in testa, alla fine, è però senza dubbio ‘Every Generation’: Jonathan Cain funziona alla voce e incanta al pianoforte, dando vita ad un brano che colpisce per la sua grandeur.

Che giudizio dare, alla fine? Sicuramente molto positivo, per il coraggio di provare nuove vie recuperando la creatività e la fantasia di inizio carriera e lasciando vie sicure. La caduta centrale non è di quelle clamorose, essendo anzi più simile ad un temporaneo tentennamento: un pezzo come ‘Out Of Harms’, in fondo, sarebbe probabilmente la punta di diamante negli album di buona parte delle band in circolazione. Data la durata notevole, però (l’album sfiora i 70 minuti), viene spontaneo pensare che facendo a meno di tre fra i pezzi meno riusciti staremmo parlando di un capolavoro.

Exit mobile version