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Gemini Syndrome – Recensione: Memento Mori

Con “Memento Mori”, i Gemini Syndrome approdano al loro secondo album di studio che, come spiegato dalla band, rappresenta il pezzo intermedio di una trilogia basata sulla vita stessa: così, mentre l’esordio “Lux” incarnava in musica il momento della nascita e della venuta al mondo, “Memento Mori” è un concept sulla vita e sull’importanza di assaporarne a pieno ogni singolo momento. Il terzo ed ultimo capitolo, a venire, sarà invece incentrato sull’idea della morte, ma nell’ottica di una rinascita dal respiro universale.

L’idea che si cela dietro a questo disco dei Gemini Syndrome è dunque assai profonda e articolata, come dimostrato dal susseguirsi di ben 15 tracce, seppur con la presenza dei tre brevi intermezzi “La Devastante Verità” (ebbene sì, tutto in italiano, e udite udite, l’accento è anche al posto giusto), “Lucido Somnium” e “Ordo Ab Chao”.
Ciò che veramente colpisce di questo lavoro è la sua piacevolezza, pur nel suo essere volontariamente concepito per risultare facile all’ascolto, caratteristica peraltro tipica del nu metal proposto nell’album, con contaminazioni industrial degne dei migliori anni 2000.
Così la opener “Anonymous” ci porta dritti dritti in questo mondo fatto di melodie che si mescolano a momenti più heavy, con un cantato che spazia fino ad un blando scream, senza mai perdere di vista l’elemento elettronico e una spiccata vena catchy, che vede una piena realizzazione nella successiva “Remember We Die”.
Sono questi gli elementi che, dove più (“Zealot” o “Gravedigger”), dove meno (“Sorry Not Sorry” o anche la conclusiva “Brought To Light”) caratterizzano il sound dei Gemini Syndrome.
Trova spazio anche la quasi ballad “Say Goodnight”, che si apre nella parte conclusiva a sonorità più aggressive, mentre la successiva “Awaken” risveglierà piacevoli ricordi nei nostalgici dei cari, vecchi Linkin Park.

L’importante, però, è che ciò che si dispiega in questo disco sia del tutto ragionato: dal molto dettagliato artwork di copertina, ai titoli delle tracce, fino alla parte naturalmente fondamentale, uno stile musicale che strizza l’occhio all’industrial, all’alternative e al metal più moderno, ma lo fa con cura dei particolari e con una classe (perchè sì, anche i veri tamarri ne hanno una) non indifferente.
Se c’è un difetto che possiamo imputare al disco, invece, è forse un minutaggio totale che alla lunga può far risultare un po’ ripetitiva la successione dei brani.
D’altronde, non tutto ciò che è riuscito deve essere necessariamente il prodotto più originale o più complesso. Nella loro semplicità da XXI secolo, i Gemini Syndrome hanno colpito nel segno.

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