Game Over – Recensione: Hellframes

I Game Over vengono da Ferrara ed è soprattutto a metà della scorsa decade (dal 2012 al 2017) che la band ha esibito la sua maggiore vivacità produttiva: con ben quattro album pubblicati in cinque anni, e senza tralasciare i tour che li hanno visti suonare in tutto il mondo a fianco di Megadeth, Exodus, Testament, Overkill, Nuclear Assault, Destruction, Sodom e Tankard, è evidente che il granitico quartetto emiliano abbia accumulato tutta l’esperienza necessaria per un solido e convincente ritorno. Ed il pretesto per questa sospirata ripartenza è dato dal rilascio di “Hellframes”, un disco interamente composto dal batterista Anthony “Vender” Dantone e che – almeno nelle intenzioni del quartetto fronteggiato da Renato “Reno” Chiccoli – si propone di mescolare thrash, punk, ritornelli melodici ed atmosfere oscure per dare vita ad un assalto sonoro che, a volte, costituisce il migliore antidoto per risvegliare l’anima metal che è in noi. Confermando ancora una volta il sodalizio con Scarlet Records, il pezzo con il quale i Game Over bussano alle nostre porte è una “Call Of The Siren” che per qualche motivo mi ha ricordato “Ram It Down” dei Judas Priest: e forse non a caso la collocazione temporale dell’album degli inglesi – era il 1988 quando acquistai il vinile alla Dimar di Rimini – può essere evocata anche per descrivere il prodotto nostrano, registrato in quel di Vicenza.

L’approccio è diretto e melodico, basato sulla ripetizione degli elementi maggiormente riconoscibili (come il ritornello) e tutto a favore di un’immediatezza retro che rende la fruizione di “Hellframes” particolarmente facile, liscia e rassicurante: la scelta stilistica è peraltro confermata dalla successiva “Path Of Pain”, che rallentando i ritmi a favore di un incidere più cadenzato diventa la classica cavalcata heavy di fine anni ottanta, quasi a ribadire il periodo storico dal quale questa nuova uscita sembra trarre la maggiore ispirazione e l’energetica linfa. Va detto che, se anche questo inizio non brilla per originalità, l’esperienza dei Game Over si sente tutta nel senso di struttura e coesione trasmesso dal disco: dall’efficacia del cantato alla buona produzione generale, funzionale più che opulenta come si conviene al genere, l’impatto dell’album sottolinea con forza tutti i suoi passaggi più riusciti. E’ il caso ad esempio degli intermezzi melodici di “The Cult” o della balladCount Your Breaths”, momenti più elaborati nei quali il disco acquista maggiore integrità ed ampiezza, rendendo la definizione di questa proposta più complessa, più variegata e per questo anche più intrigante.

Particolarmente esemplificativi sono gli oltre otto minuti della title-track, un tour de force che alterna accelerazioni improvvise, cori melodici ed assoli di chitarra capaci di gettare un ponte solido verso i lidi preferiti dai nostalgici dei Metallica pre-1991 e dei Megadeth pre-1992. Dalle premesse thrash, che anche in questo caso costituiscono l’ossatura del discorso, la band di Ferrara non rinuncia dunque a diversificare la propria offerta, senza però che nessuna di queste varianti si trasformi in un episodio veramente riuscito o definente: se infatti il tentativo di spingersi in molte – non nuove – direzioni è apprezzabile a prescindere, il risultato rimane nella maggior parte dei casi una via di mezzo in parte spuntata, in parte incompiuta (“My World Dies Screaming”) e che, al di là della strada imboccata, non molto aggiunge in termini di ascolto e di risultato finale.

Hellframes” alterna momenti più classici (“Deliver Us”) con altri evidentemente meno derivativi (“Synthetic Dreams”), mettendo a frutto l’esperienza esecutiva accumulata nel tempo per suonare godibile anche quando, dal punto di vista compositivo, le idee sul piatto non sono propriamente sorprendenti né così innovative. Se considerata al netto della sua storia, e della sua collocazione all’interno di una discografia che comincia però a diventare importante/ingombrante, questa nuova uscita conferma tutto il carattere di una realtà che dal vivo garantirà sempre una sana dose di potenza e divertimento. Discorso in parte differente se invece consideriamo che, date alla mano, questo è il lavoro con il quale i Game Over tornano alla carica dopo circa sei anni di silenzio discografico: da questo punto di vista “Hellframes” assolve bene al compito di creare nuovamente interesse ed apprezzamento attorno al quartetto ferrarese, perché ritorni come questo si accolgono sempre a braccia aperte, rinunciando però a sfruttare l’occasione per raccontarci magari qualcosa di nuovo o di davvero eccitante.

Etichetta: Scarlet Records

Anno: 2023

Tracklist: 01. Visions 02. Call of the Siren 03. Path of Pain 04. The Cult 05. Count Your Breaths 06. Atonement 07. Deliver Us 08. Synthetic Dreams 09. My World Dies Screaming 10. Hellframes (featuring Dome/Fulci & TV Crimes)
Sito Web: facebook.com/GameOverThrashMetal

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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