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Oz Noy – Recensione: Fuzzy

Nel mondo del jazz/fusion vengono pubblicate decine e decine di album ogni settimana, perché i musicisti che si accostano a queste sonorità hanno solitamente doti tecniche e compositive sorprendenti e sono quindi in grado di preparare rapidamente i pezzi avvalendosi dell’improvvisazione.

Un esempio concreto è rappresentato da Oz Noy, chitarrista israeliano diventato professionista sin dalla giovane età di 13 anni: il suo nuovo ‘Fuzzy’ è un album che ripercorre i meandri della fusion, grazie anche all’apporto di importanti strumentisti, del calibro di Will Lee, Anton Fig, Keith Carlock, James Genus, Vinnie Colaiuta, Jimmy Johnson, Jim Beard e George Whitty. Il vero protagonista del full-lenght è però Oz Noy, che conduce ogni brano con la sua chitarra spontanea e ricca di effetti, emergendo dal tessuto jazz sottostante.

Molti celebri jazzisti definiscono Oz come il nuovo Jaco Pastorius della chitarra, ma queste dichiarazioni spesso sono volutamente esagerate: Noy è certamente abilissimo nell’interpretazione, ma il contesto è estremamente ripetitivo e debitore dei grandi classici degli anni Novanta. Pertanto si consiglia il disco solo agli irriducibili della fusion, perché la sostanza in ‘Fuzzy’ è davvero scarna, nonostante l’aiuto delle all-stars sopra indicate.

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