Quale modo migliore per festeggiare i 30 anni della Frontiers Records se non con l’ottava edizione del Frontiers Rock Festival?
Evento atteso dai fans dell’hard rock e AOR (ma non solo) di ogni parte del globo, ancora una volta Serafino Perugino e tutto il suo staff hanno confezionato un’edizione coi fiocchi.
E’ stato bello rivedere un sacco di facce note, incontrate nelle precedenti edizioni o in altri festival in Germania, conoscere redattori di altre riviste (ciao Denis) e fare un selfie e scambiare quattro chiacchiere con il massimo intenditore di sonorità hard rock&Aor, nonché il più grande giornalista rock/metal che l’Italia abbia mai avuto, Beppe Riva.
Massiccia presenza straniera, con tedeschi, francesi e spagnoli presenti in gran numero, ma anche da altri continenti, dato che fra il pubblico, fra gli altri, c’erano anche australiani e brasiliani.
Quello che leggerete di seguito è il resoconto della tre giorni al Live di Trezzo, eletta a location principe del FRF dai suoi esordi, da parte della truppa di Metallus presente in loco.
DAY 1 – 01/05/2026

STREETLIGHT
Tempo di ritirare l’accredito alla cassa ed è già tempo di buona musica. Il compito di aprire le danze e riscaldare il già numeroso pubblico presente, la giornata registrerà sold out, spetta agli svedesi Streetlight, una delle ultime (belle) realtà melodic rock made in Scandinavia. Devoti ai Journey e autori dell’ultimo ben accolto “Night Vision” del 2025, i nostri nella mezz’ora scarsa a loro disposizione hanno fornito una prova convincente con tanto di cori da cantare a gran voce da parte di tutti i presenti. Sicuramente un buon inizio per iniziare a carburare. (Matteo Zoia)
Setlist:
01. Hit The Ground
02. Srtaight To Video
03. Sleep Walk
04. Long-Distance Runner
05. Chutes and Ladders
06. Fly With Angels
07. Captured In The Night
SHIRAZ LANE
Rimaniamo nelle lande scandinave con i finlandesi Shiraz Lane. Formatisi nel 2011 offrono una proposta musicale nettamente diversa da chi li ha preceduti: molta più energia e suoni più “stradaioli e sporchi” che, se proprio vogliamo paragonare a qualcuno, direi ai primi Motley Crue. Anche la loro ultima fatica del 2025, il buon “In Vertigo“, ricalca quanto detto prima con la voce del cantante Hannes Kett che svetta con potenza e precisione. Suonarono anche a precedente edizione del FRF e l’essere di nuovo al festival è sicuramente motivo di riconoscimento per quello che la band sta portando avanti, grazie anche al sodalizio con Per Aldeheim, songwriter e produttore di fama internazionale. Bravi. (Matteo Zoia)
DAN BYRNE
L’edizione del festival purtroppo ha visto la defezione all’ultimo minuto di tre gruppi precedentemente annunciati. Per la prima giornata erano previsti Robin Beck e gli House of Lords che, per motivi di salute, non hanno potuto partecipare. Per i Frontline, previsti per la terza, non è dato sapere il motivo reale della loro assenza. Ciononostante, gli organizzatori non si sono persi d’animo e il primo dei subentranti è stato il quasi sconosciuto Dan Byrne. Cantante britannico dotato di una voce particolarmente potente, Dan ce l’ha messa tutta per non far rimpiangere gli assenti e, con un repertorio dove era evidente l’influenza di mostri sacri come Glenn Hughes, ha comunque cercato di interpretare a suo modo i brani proposti dal debutto “This Is Where the Show Begins“, in anteprima proprio al festival. Non era chiamato ad un compito facile ma il nostro ha fatto il suo dovere raccogliendo i favori del pubblico. Auguriamo loro un futuro di successo. (Matteo Zoia)
CREYE
Ci rispostiamo in Svezia con i Creye, da anni considerati a ragione una delle più importanti e valide realtà europee del rock melodico. Forti di un nuovo album uscito quest’anno, “IV Aftermath“, e del nuovo vocalist Simon Boos, dotato di una voce particolarmente efficace e pulita quanto di un look abbastanza anonimo (si è presentato sul palco con una felpa azzurra), i Creye hanno sfornato una prova decisamente convincente con chiari riferimenti e tributi a bands storiche del genere, quali Journey e Survivor. Per la band capitanata dal leader e chitarrista Andreas Gullstrand un gradito ritorno in sede live dopo un periodo di assenza piuttosto lungo. Bravi anche loro. (Matteo Zoia)
Setlist:
01. Something Missing
02. Face to Face
03. Bad Romance
04. Different State of Mind
05. Carry On
06. Only You
07. Rust
08. Weightless
09. Miracle
10. Left in Silence
RUSS BALLARD
Chiamato pochi giorni prima dell’inizio del festival per sostituire i defezionari House of Lords, Russ Ballard non si è certo tirato indietro. Conosciuto probabilmente più come autore di brani che hanno fatto la storia che come artista solista (con una carriera che, pur non contando un numero enorme di uscite a suo nome, va avanti dal 1974), il chitarrista cantante inglese in realtà può vantare un repertorio di pezzi da lui scritti, e spesso interpretati, da fare invidia un po’ a chiunque. Eccolo quindi salire sul palco, sfoggiando uno spericolato parrucchino, quasi a non voler dimostrare i suoi quasi 81 anni (peraltro portati in modo splendido), ma soprattutto imbracciando la sua Gibson Les Paul, coadiuvato da una band di solidi professionisti, e iniziare con “I Can’t Hear You No More”, eseguita con un buon piglio rock anche rispetto alla versione in studio. In effetti il maggior impatto live ha caratterizzato un po’ tutta l’esibizione, nella quale il nostro, anche se non sempre inappuntabile vocalmente e con qualche imprecisione qua e là alla chitarra, ha invero dimostrato un’energia e una convinzione a dir poco ammirevoli. Come il pezzo in apertura anche la successiva “In The Night” è presa dal suo disco omonimo dell’84, che è stato l’album più suonato per l’occasione, con l’esecuzione di “Two Silhouettes” e “Playing With Fire”, nonché, all’inizio del trittico finale, la mega hit “Voices”, acclamatissima e suonata in una versione decisamente più rock. Il grande finale, con le celeberrime “Since You Been Gone” (resa celebre soprattutto dai Rainbow di “Down to Heart” e l’inno “God Gave Rock and Roll to You”, scritto da Ballard ai tempi degli Argent, e cantato da tutto il Live Club, ha lasciato un senso di soddisfazione generale realmente palpabile, in omaggio a un artista che ha dalla sua parte una capacità di songwriting a dir poco miracolosa, e, fosse anche solo per la qualità dei brani eseguiti, lo ha decretato come uno dei momenti più significativi della rassegna. (Daniele Zago)
Setlist:
01. I Can’t Hear You No More
02. In The Night
03. Two Silhouettes
04. Playing With Fire
05. Dream On
06. Voices
07. Since You Been Gone
08. God Gave Rock and Roll to You
GIANT
È fuori dubbio che quella dei Giant era una delle esibizioni di gran lunga più attese, anche per il ritorno di Dann Huff alla chitarra (ma non alla voce, ruolo coperto da Bryan Cole), ma è stata quella che, fino all’ultimo momento, rischiava di saltare. A partire dall’assenza del batterista titolare David Huff, a quanto pare per problemi di passaporto, peraltro egregiamente sostituito qualche giorno prima del concerto, per finire con l’incredibile sfortuna del bassista Mike Brignardello che, inciampato nel backstage, ha riportato, da quello che si diceva, la frattura di un braccio. Dopo una buona mezz’ora di ritardo rispetto a quanto previsto, la band è salita sul palco con il tastierista Larry Hall a sobbarcarsi le parti del basso e con il chitarrista ritmico Mark Oakley a completare la formazione. Ciò nonostante, da grandissimi professionisti quali sono, i nostri sono saliti sul palco con apparente tranquillità, iniziando il concerto con “Shake Me Up”, dall’album di debutto. E chiaramente il repertorio è stato basato sui primi due dischi, fuori da ogni dubbio i più importanti e significativi della loro carriera. A seguire infatti un’ottima “Thunder and Lightning” da “Time To Burn”. Sembra impossibile, viste le premesse, ma i nostri hanno sciorinato un concerto da manuale. Un sound compatto, potente, pulito e preciso ha fatto da eccellente base all’ottimo Cole, che si è dimostrato un vocalist di razza, e soprattutto a quel fenomenale chitarrista rispondente al nome di Dnn Huff. Se mai ci dovesse essere una conferma, soprattutto dal momento che in sede live ben in pochi (compreso chi scrive) avevano avuto l’occasione di vederlo, è stato il vero fulcro del concerto. Un incredibile mix di gusto, tecnica, suono e personalità, un musicista assoluto che ha fatto la parte del leone. Un autentico gusto starlo ad ascoltare e una lezione di elevatissimo livello per chiunque suoni la chitarra. Il concerto però non sarebbe stato così interessante se fossero mancati i brani, e nel caso dei Giant, il songwriting è di quanto meglio uscito nei loro anni d’oro. Pezzi quali “I Can’t Get Close Enough”, “Stay”, o una “No Way Out” trasudante groove, sono delle certezze, ma anche un brano come l’elegante “Don’t Leave Me In Love”, tratta dal terzo album (come la ballad “Can’t Let Go”), certo non sfigura dinnanzi a tanta magnificenza. Sempre dal formidabile debutto “Last of the Runaways”, sono arrivate “Hold Back the Night” e “It Takes Two”, ma uno dei momenti più attesi è stato indubbiamente l’esecuzione di una “See You in My Dreams” da brividi, che oltre ad essere il loro maggior successo, è fuori di discussione, una delle più belle ballad degli anni ‘80. c’è stato lo spazio per la strumentale “Waiting on a Wishper” con Huff sugli scudi, per concludere con un terzetto clamoroso, costituito da “I’m a Believer”, “Innocent Days” e “Time To Burn”. Quello dei Giant è stato a tutti gli effetti un concerto di livello altissimo, probabilmente uno di quelli che resterà nella storia del Frontiers Festival, in perfetto equilibrio fra capacità strumentali, qualità dei brani, e un sound che, nonostante le premesse preoccupanti, si è rivelato una delle armi vincenti della band di Nashville. (Daniele Zago)
Setlist:
01. Shake Me Up
02. Thunder and Lightning
03. I Can’t Get Close Enough
04. Stay
05. No Way Out
06. Chained
07. Don’t Leave Me In Love
08. Hold Back the Night
09. It Takes Two
10. See You in My Dreams
11. Can’t Let Go
12. Waiting on a Wishper
13. I’m a Believer
14. Innocent Days
15. Time To Burn
STARSHIP
A chiudere la prima giornata una leggenda del rock americano, gli Starship. Forti di una storia che affonda le proprie radici nell’acid rock anni ’60 dei Jefferson Airplane, passando per la versione Jefferson Starship, sono attualmente guidati dall’inossidabile cantante Mickey Thomas. Coadiuvato da musicisti a dir poco eccellenti, a cominciare dalla vocalist Chelsee Foster, a riprendere il ruolo che fu di Grace Slick, passando per lo straordinario August Zadra alla chitarra, Phil Bennet alle tastiere, Jeff Adams al basso e Darrell Verdusco alla batteria.
Se ci fossero dubbi su cosa vuol dire il concetto di arena rock, un concerto degli Starship li fuga all’istante: un sound grandioso e avvolgente, ottenuto da musicisti straordinari, dove tutto è perfettamente inserito al suo posto senza sbavature, movenze sul palco incluse, e poi quel senso melodico prettamente americano che non può non far cantare a squarciagola dei brani fatti appositamente (ed egregiamente) per quello scopo e che sono dei punti fissi del genere, in un’autentica valanga sonora che travolge e coinvolge l’audience. Ecco, questi sono gli Starship nel 2026, guidati da un Mickey Thomas che a 76 anni è in una forma a dir poco miracolosa. La sua voce è ancora intensa e vibrante, non priva di sfumature soul, come dimostrato su “Fooled Around and Feel in Love”, che cantava come corista ai tempi dell’Elvin Bishop Group, qua eseguita in maniera straordinaria, come un omaggio ala sua lunga carriera. Ma è in generale la forza dei brani che ha conquistato un po’ tutti i presenti. Impossibile d’altronde non farsi trascinare da pezzi strepitosi come l’opener “Layin’ It on the Line” e “Jane”, eredità dei Jefferson Starship (peraltro ancora in giro, ne avevamo parlato quando avevano aperto ai Deep Purple nel 2022), oppure “Sara”, altra grande hit a firma Starship, come la successiva “Wild Again”. Altri momenti di grande AOR sono stati i duetti fra Thomas e la Foster su “Nothing’s Gonna Stop Us Now” (usata nella colonna sonora del film “Mannequin”), “Set The Night Music” e “Stranger”, mentre Foster ha avuto il suo meritatissimo momento di gloria sui brani dei Jefferson Airplane “White Rabbit” e “Somebody to Love”, eseguiti in coerenza con la storia della band. La conclusione è stata affidata a un trittico travolgente: “It’s Not Enough”, la grande hit “We Built This City” e “Find You Way Back” usata come bis, davanti a un pubblico entusiasta che cantava a tutto spiano questi autentici inni. Un concerto totalizzate, che ha dimostrato, mai ce ne fosse bisogno, che la vecchia scuola sarà sempre un punto di riferimento imprescindibile. (Daniele Zago)
Setlist:
01. Layin’ It on the Line
02. Jane
03. Sara
04. Wild Again
05. Nothing’s Gonna Stop Us Now
06. Set The Night Music
07. White Rabbit
08. Somebody to Love
09. Fooled Around and Feel in Love
10. Stranger
11. It’s Not Enough
12. We Built This City
13. Find You Way Back
DAY 2 – 02/05/2026

Anche il secondo giorno ha visto un’elevatissima partecipazione di pubblico, almeno per la metà proveniente dall’estero, e questo è un piccolo vanto, visto che normalmente siamo noi italiani a dover oltrepassare i confini per vedere band altrimenti irraggiungibili. I motivi di interesse principali, oltre agli headliner Night Ranger e gli svedesi Heat, sono stati il ritorno di due band un po’ dimenticate, gli americani Heavens Edge e gli inglesi Atlantic.
FIGHTER V
La performance dei Fighter V ha confermato quanto la dimensione dal vivo possa essere più generosa nei confronti di un collettivo rispetto alla staticità asettica dello studio. Fino a oggi, la stampa di settore aveva accolto le fatiche del gruppo svizzero con un entusiasmo moderato, lamentando un’architettura sonora fin troppo rifinita e una scrittura che spesso scivola in un formalismo estetico di maniera. In studio, il pericolo è quello di suonare come un’eco sbiadita dei colossi del rock melodico, penalizzati da una pulizia dei suoni che finisce per neutralizzare il vigore delle tracce. Sul palco del Live Club, invece, laband ha sfoggiato un’energia che ha superato i pronostici. I brani dell’ultimo disco, “Déjà Vu“, hanno tratto giovamento da una resa più viscerale e meno filtrata, grazie anche a una line-up che sembra aver raggiunto una quadra definitiva dopo diversi avvicendamenti. Rimane tuttavia irrisolta la questione dell’originalità: i Fighter V scelgono di restare entro i binari di una tradizione consolidata da decenni, senza azzardare strappi che ne delineino un profilo davvero peculiare. Sebbene manchi quella scintilla creativa utile a emergere nel saturo mercato del rock moderno, non mancano la coerenza visiva e il carisma on-stage. Tra passaggi chitarristici talvolta prevedibili e un’estetica che strizza l’occhio ai fasti dei club di Los Angeles, portano a casa una prova convincente per i fan della prima ora, pur ribadendo che la loro proposta resta ancorata più al culto dell’immagine che a una reale progressione del genere. (Annalisa Malavolta)
HELL IN THE CLUB
Il set degli Hell in the Club era uno dei passaggi più attesi della giornata. La formazione italiana affrontava una prova cruciale: validare la propria compattezza dopo il cambio di testimone dietro al microfono, che ha visto l’arrivo di Tezzi. Se il timore era quello di vedere una band ancora in fase di assestamento, il concerto ha smentito ogni dubbio, mostrando un gruppo capace di trasformare un momento di rottura in una nuova opportunità. Il motore dell’esibizione è stato il magnetismo della nuova cantante. Tezzi hamostrato una padronanza del palco impeccabile, offrendo un timbro più ruggente che ha rigenerato anche i pezzi storici come “Rock Down This Place” o “Shadow of the Monster“. Rispetto alle versioni registrate, la resa live ha sprigionato una cattiveria sonora che ha dato il giusto spessore anche ai brani di “Joker in the Pack“. Un momento di particolare intensità è stato l’ascolto di “Sidonie“, brano legato a ricordi quotidiani personali che, in questa veste più spigolosa, ha regalato vibrazioni autentiche. A sorreggere questo nuovo corso vocale ci ha pensato un’ossatura ritmica granitica, capace di erigere una barriera sonora impenetrabile. Basso e batteria hanno lavorato in simbiosi, garantendo quella spinta costante che ha lasciato campo libero alle divagazioni della chitarra. Il lavoro solista è apparso vibrante: in brani come “We Are on Fire“, le trame chitarristiche sono risultate affilate, bilanciando la melodia con una foga che su supporto fisico tende a volte a smussarsi. Gli Hell in the Club hanno preferito la sostanza all’apparenza, dimostrando che la credibilità di un progetto risiede nell’onestà dell’esecuzione più che nel rispetto pedissequo dei canoni estetici. (Annalisa Malavolta)
ATLANTIC
Quando si va a un qualsiasi festival è inevitabile scontrarsi con una o più band che non si conoscono. Ci si può comportare fondamentalmente in due modi: ignorare per partito preso chi non si conosce oppure dare loro una possibilità. Nel caso dei britannici Atlantic la seconda possibilità era quella giusta. La band di Birmingham potrebbe appartenere alla categoria degli “A volte ritornano”, considerato che la loro discografia comprende finora due album usciti e venti anni di distanza l’uno dall’altro, e che il contratto firmato con Frontiers risale solo a pochi mesi fa. L’esperienza però è dalla loro parte, così come le capacità. Il loro AOR raffinato conquista fin dalle prime note e anche se sul palco possono apparire un po’ troppo “tranquilli”, la loro musica rimane impressa a lungo. Tanto che, probabilmente per via di qualche problema tecnico, la loro esibizione subisce qualche ritardo e viene tagliata sul finale. La band annuncia il taglio e la cosa provoca qualche protesta fra il pubblico, ma il tempo stringe e ci sono ancora molti gruppi da ascoltare. Comunque, bisogna tenere assolutamente d’occhio queste vecchie glorie emerse dal passato, siamo sicuri che ci riserveranno ancora molte sorprese piacevoli. (Anna Minguzzi)
Setlist:
- Can’t Hold On
- Without Love
- Missing You
- Nothing To Lose
- What Hurts The Most
- Whole Lot Of Love
- Never Enough
DEGREED
Gli svedesi Degreed portano una ventata di modernità nel sound complessivo della giornata. e il contrasto è ancora più evidente visto che siamo reduci dalle melodie delicate e decisamente classiche degli Atlantic. Anche nel loro caso, comunque, possiamo parlare di una resa più che convincente, visto che la band porta con sé idee e sonorità più moderne, non solo della band che li ha preceduti, ma anche del resto delle proposte della giornata. Il frontman e bassista Robin Eriksson riesce a contagiare con il suo entusiasmo e a tenere viva l’attenzione per tutta la durata del live. Ottimo il lavoro svolto anche dal resto della band, in particolare dalla chitarra solista, ottima per esempio in “This Is Love“. Nonostante quindi i puristi potrebbero un po’ storcere il naso, vista la proposta più moderna rispetto al resto della giornata, i Degreed convincono in pieno in virtù della loro energia e di spunti creativi degni di nota. (Anna Minguzzi)
Setlist:
01. Curtain Calls
02. Holding on to Yesterday
03. Shakedown
04. This Is Love
05. If It Wasn’t for Me
06. Lost Generation
07. Tomorrow
08. One Helluva Ride
09. Believe
10. The Scam
HEAVENS EDGE
Sono un pezzo importante della storia del rock melodico statunitense. La loro carriera ha inizio nel 1990 e, nonostante le battute di arresto che capitano a tanti e i cambi di formazione inevitabili, appare più in forma che mai. Gli Heaven’s Edge, insomma, conquistano Mark Evans alla voce non smette un attimo di muoversi, saltare e incitare i presenti, forse un po’ a discapito della prestazione vocale complessiva, ma importa poco. Gli Heaven’s Edge si presentano al FRF e riescono a far cantare tutto il Live Club senza il minimo sforzo. Anche il fatto che la formazione attuale sia in buona parte corrispondente a quella degli esordi è una cosa abbastanza sorprendente. Da loro ci si aspettava una prestazione solida e dinamica, esattamente quello che è arrivato. La stanchezza forse inizia un po’ a farsi sentire (in fondo il ritmo della giornata è a dir poco serrato), ma gli Heaven’s Edge ricaricano le energie a tutti i presenti. Il pensiero che ci siano ancora band del genere in azione è confortante per lo stato generale dell’hard rock mondiale. (Anna Minguzzi)
Setlist:
- Intro
- Play Dirty
- Rock Steady
- Had Enough
- Daddy’s Little Girl
- Let’s Go
- Gone, Gone, Gone
- When The Lights Go Down
- 9 Lives (My Immortal Life)
- What Could’ve Been
- What He’s Got
- Skin To Skin
- Find Another Way
H.E.A.T.
Se c’è una band capace di trasformare un palco in una centrale elettrica ad alto voltaggio, quella risponde al nome di H.E.A.T. Il loro ritorno al Live Club diTrezzo per il Frontiers Rock Festival non è stato un semplice concerto, ma un vero e proprio uragano di energia scandinava. Sin dall’attacco esplosivo di “Disaster“, è apparso chiaro che il gruppo non avesse alcuna intenzione di fare prigionieri: il muro di suono eretto dalla band è risultato nitido e d’impatto,confermando gli svedesi come i leader indiscussi della nuova ondata del rock melodico europeo. Il fulcro magnetico dello show è stato, come sempre, Kenny Leckremo. La sua performance è stata quasi “atletica”: un frontman che non si limita a cantare con una precisione chirurgica — impressionante la tenuta su brani tecnicamente complessi come “Hollywood” e “Rise” — ma che vive il palco con una fisicità travolgente. La sua capacità di connettersi con il pubblico ha raggiunto il culmine durante l’esecuzione di “Nationwide” e “Rock Your Body“, brani che hanno trasformato il parterre in un’unica massa pulsante. La scaletta ha pescato saggiamente dai capitoli più recenti e dai classici ormai intoccabili. Passaggi come “Dangerous Ground” e “Redefined” hanno mostrato la perfetta simbiosi tra le tastiere di Jona Tee e le chitarre, capaci di creare quell’equilibrio tra eleganza e ruvidità che è il marchio di fabbrica del gruppo. Uno dei momenti più dinamici è stato il medley durante “Beg Beg Beg“, dove la band hainserito una citazione di “War Pigs” dei Black Sabbath, dimostrando un’attitudine rock che travalica i confini del genere melodico. Al di là della perfezione tecnica, gli H.E.A.T colpiscono per un lato umano e goliardico rarissimo: sono una band genuinamente simpatica, priva di quella spocchia da rockstar che spesso aleggia nel settore. Se qualcuno avesse dei dubbi sulla loro capacità di non prendersi troppo sul serio, consigliamo vivamente un tour sul profilo Instagram del batterista Don Crash: i suoi contenuti sono la prova definitiva di come si possa essere dei professionisti impeccabili dietro le pelli e, allo stesso tempo, dei personaggi assolutamente esilaranti fuori dal palco. Il finale è stato un crescendo emozionale: brani come “Back to the Rhythm” e la celebre “Living on the Run” hanno scatenato cori assordanti, prima che la potenza di “One by One” chiudesse il set. Gli H.E.A.T a Trezzo hanno dimostrato che non serve nostalgia quando si ha questa fame di palco; una prestazione muscolare e viscerale che li consacra come la miglior realtà live del panorama attuale. (Annalisa Malavolta)
NIGHT RANGER
Il passaggio dei Night Ranger al Live Club ha ribadito che la band possiede una tempra fuori dal comune. Per molti dei presenti è stato impossibile non far correre la memoria a dodici anni fa, quando il gruppo calcò lo stesso palco in occasione del Frontiers Rock Festival; eppure, nonostante il tempo trascorso, la grinta e l’urgenza espressiva sono rimaste pressoché immutate, segno di una longevità artistica che sfida l’anagrafe. Sin dall’apertura affidata all’iconica “(YouCan Still) Rock in America”, la scaletta ha rievocato l’epoca d’oro del loro rock sinfonico e muscolare. Il gruppo ha alternato la veemenza di pezzi come “Four in the Morning“, “Seven Wishes” e la cinematografica “The Secret of My Success” all’accuratezza tecnica di Brad Gillis. Il chitarrista si è confermato un funambolo delle sei corde: il suo uso magistrale della leva del vibrato e i suoi celebri armonici rimangono un marchio di fabbrica inconfondibile, preziosi per colorare tracce come “Rumours in the Air” e “Night Ranger“. Al suo fianco, Keri Kelli ha offerto una prova di grande sostanza, integrandosi perfettamente nei duelli solisti che costituiscono l’ossatura del suono della band. Il concerto è stato un crescendo di adrenalina, nobilitato dalle architetture vocali di Jack Blades e Kelly Keagy, protagonisti assoluti in classici come “Sing Me Away” e la sognante “Sentimental Street“. Keagy, pur impegnato dietro le pelli, ha regalato momenti di grande intensità melodica, dimostrando una tenuta vocale invidiabile su brani come “Goodbye” e “When You Close Your Eyes“. Il tono si è fatto ancora più solenne quando il gruppo ha attinto dal catalogo dei Damn Yankees: episodi come “Coming of Age” e “High Enough” hanno conferito un respiro più maestoso allo show e, per chi scrive, il momento di “Come Again” ha generato serie palpitazioni per la sua bellezza struggente. A colpire più di tutto, però, è l’attitudine di Jack Blades. Vedere il frontman muoversi sul palco con quel sorriso contagioso e un’energia inesauribile ricorda quanto la musica possaessere una medicina contro il tempo: Blades incarna l’eterno ragazzo del rock, un artista che non ha mai perso la gioiosità e il piacere puro di stare davanti aun pubblico. È proprio questa sua vitalità dirompente a trasformare ogni concerto dei Night Ranger in una grande festa collettiva, un rito celebrativo che va ben oltre la semplice esecuzione dei brani. Tra l’entusiasmo travolgente di “Sister Christian” e il gran finale di “Don’t Tell Me You Love Me“, la band ha lasciato la sala con una certezza: finché ci sarà questa voglia di divertirsi e far divertire, i Night Ranger rimarranno una delle realtà più in forma e oneste dell’intero panorama mondiale. (Annalisa Malavolta)
Setlist:
01. (You Can Still) Rock in America
02. Four in the Morning
03. Seven Wishes
04. Sing Me Away
05. Coming of Age
06. Sentimental Street
07. The Secret of My Success
08. Hey Jude
09. Rumours in the Air
10. High Road
11. Night Ranger
12. High Enough
13. Goodbye
14. When You Close Your Eyes
15. Sister Christian
16. Don’t Tell Me You Love Me
DAY 3 – 03/05/2026

Un po’ di malinconia mi pervade, ben sapendo che sarà l’ultima giornata del festival ma, a tarda serata e quando ormai si saranno spente le ultime luci al Live, arriva il post su FB di Serafino in cui viene annunciato che ci vedremo l’anno prossimo e quindi ci sarà una nuova edizione.
IT’sALIE
La giornata si apre con l’esibizione dei nostri IT’sALIE, guidata dalla bravissima frontwoman Giorgia Colleluori, il padre di lei è invece dietro le pelli. Giorgia è dotata di un timbro vocale molto potente e tiene benissimo il palco, ben coadiuvata da tutti gli altri componenti del gruppo friulano. Anche loro freschi di stampa con il nuovo “Wild Games”, curato e prodotto da Mat Sinner (Primal Fear), nella mezz’ora a loro disposizione hanno sciorinato una manciata di pezzi in cui si fondono hard rock classico, southern rock e blues. Bravissimi a coinvolgere il pubblico presente con una miscela azzeccata di grinta e perizia musicale e molto socievoli e disponibili coi fans nell’area esterna del live. (Matteo Zoia)
TRANSATLANTIC RADIO
Dopo di loro tocca ai Transatlantic Radio, band americana con cantante svedese autrice di un AOR di alta qualità. Sicuramente avrebbero meritato un minutaggio superiore, ma i tempi della scaletta erano inesorabili. Nati per iniziativa del carismatico bassista nonchè produttore Victor Broden (fisicamente il sosia di Fabrizio Corona) nell’anno del lockdown, la band riunisce elementi di primo piano della scena fra cui il bravissimo Mattias Osbak dietro il microfono e il chitarrista R.J. Ronquillo che vanta collaborazioni di prestigio come con Carlos Santana. Album di debutto anche per loro nel 2026, ossia “Midnight Transmission“, riproposto qui in sede live, dove i riferimenti a mostri sacri come Journey e Toto sono abbastanza evidenti. Bravi e professionisti esemplari. (Matteo Zoia)
SMOKING SNAKES
La bill originale ora prevedeva i Frontline, ma dopo il forfait a pochi giorni dal festival, sono stati sostituiti dai ben più ruvidi e “sporchi” Smoking Snakes, autori di una prova energica e sleazy che, rispetto alla massima parte degli altri gruppi che hanno suonato nella tre giorni, hanno portato una carica energica più prettamente heavy e stradaiola. Anche loro provenienti dalle lande svedesi e guidati dal chitarrista/cantante Brett Martin, che per movenze, attitudine e presenza sul palco mi ha ricordato moltissimo Blackie Lawless (quello degli eighties non quello attuale), i nostri hanno fatto del loro meglio per sopperire alla mancanza di un gruppo che era molto atteso dagli aficionados. Direi missione compiuta con sano entusiasmo e riff taglienti a supportare il tutto. (Matteo Zoia)
CONFESS
Continua l’egemonia svedese con i Confess, che nulla hanno a che fare con l’omonima band iraniana dato che anche loro, come chi li ha preceduti sul palco, hanno un’attitudine molto vicina allo sleaze metal. Rispetto però agli Snakes si denota una maggiore melodia, soprattutto grazie al cantante John Elliot, dotato di una voce meno “sgraziata” rispetto a quella di Brett Martin. Nuovo album in arrivo anche per loro, “Metalmorphosis“, che si avvarrà del missaggio di Erik Martensson degli Eclipse. Una prova più che dignitosa la loro ma personalmente, a parità di offerta, ho preferito quella di chi li ha preceduti sul palco, senza nulla togliere alla loro tenuta sullo stage e alla perizia musicale dimostrata. Bravi. (Matteo Zoia)
JOHN CORABI
Si entra nel momento dei “pezzi da 90” della giornata conclusiva del festival con John Corabi. Un rocker al 100%, leader degli Scream prima, meteora incompresa nei Motley Crue, membro di spicco dei The Dead Daisies ma anche autore di prove soliste fra cui “New Day” di quest’anno e il brano omonimo viene messo in apertura di concerto. Riproposti poi anche brani dei the Scream e la bellissima “I’m Gonna Ride” dei The Dead Daisies. Circondato da “friends” di altissimo livello, fra cui Troy Lucchetta dei Tesla alla batteria e Paul Taylor dei Winger, fra gli altri, alle tastiere, John ha racchiuso in un’ora di esibizione il concetto di essere un musicista e un rocker che vive per e con la sua arte. Dotato di una voce roca ma mai banale Corabi ha fornito una lezione di classe a tutti i presenti. Se avesse proposto anche “Misunderstood” del periodo Motley Crue penso che non avrei potuto trattenere le lacrime che invece sono partite coi Night Ranger la sera prima e con gli Stryper dopo. (Matteo Zoia)
Setlist:
01. New Day
02. That Memory
03. I’m Gonna Ride
04. One More Shot
05. Do Your Own Thing
06. When I Was Young
07. 1969
08. Hooligan’s Holiday
09. Midnight Moses
10. Man in the Moon
NELSON
Matthew e Gunnar Nelson non hanno certo bisogno di presentazioni, essendo stati dalla fine degli eighties fino ai primi anni ’90, gli artisti più rappresentativi del rock melodico americano, vendendo quintalate di dischi e forti di hit memorabili. “After the Rain” del 1990 è un album clamoroso nel suo genere e li ha proiettati nell’olimpo dell’AOR, posizione mantenuta anche con il successivo “Because they Can” del 1992. Quasi impossibili da vedere in Europa e per la prima volta da noi, i Nelson hanno riproposto il loro masterpiece con un’eleganza ed una professionalità più uniche che rare a cui hanno aggiunto anche in anteprima “Steamroller“, brano che uscirà nel nuvo album del prossimo anno e “Two Heads Are Better Than One“, pezzo scritto con Dweezil Zappa sul finire degli anni ’80. Una performance strumentale e soprattutto vocale di primissimo ordine che ha ottenuto il giusto riconoscimento da parte del pubblico presente, con autentica ovazione dopo l’ultimo pezzo eseguito, ossia l’intramontabile “(Can’t Live Without You) Love & Affection“. Esibizione da urlo. (Matteo Zoia)
STRYPER
Dopo tre giorni e venti gruppi la stanchezza inizia a farsi sentire, ma per gli Stryper si dà fondo alle ultime energie e si presenzia nelle prime file. Terza loro presenza al FRF e quarta volta che li vedo live. Fra tutti i gruppi presenti, sicuramente quelli con l’offerta più marcatamente heavy metal. Ovviamente con impronta cristiana, essendo gli Stryper i maggiori esponenti del cosiddetto White Metal accompagnato però da potenza, ottime melodie e una perizia tecnica e vocale che molti si sognano. Sulle scene da oltre 40 anni, anche in questa occasione hanno dimostrato cosa vuol dire classe e carisma. Michael Sweet ha ancora una voce grandiosa e sia lui che Oz Fox alle chitarre sono musicisti superlativi. Il fratello di Michael, Robert, picchia come un martello dalla sua batteria posizionata da sempre parallelamente al pubblico e non di fronte. Ottimo lavoro anche di Perry Richardson al basso e ai cori. Grandissima performance da parte di tutti, con brani iconici come “Free“, “Calling on You“, “Sing Alone Song” e poste in chiusura i due anthem più famosi, ossia “Soldiers Under Command” e “To Hell With The Devil“, dove sono partite le lacrime e dove la voce mi ha abbandonato dopo un’ora e mezza di cantare a squarciagola… sì è vero, scrivo più di black metal ormai, ma nei primi anni ottanta ascoltavo tutta la scena glam/hair/sleaze e non rinnego nulla di quel periodo e dei gruppi che ho amato e gli Stryper sono sempre stati in prima fila.
Finita l’esibizione, con tanto di Bibbie lanciate al pubblico adorante, gli Stryper salutano il pubblico ed io, ormai esausto, lascio il Live di Trezzo con la consapevolezza di aver assistito, per l’ottava volta, ad un festival di cui tutti gli amanti di questa musica straordinaria, dovrebbero andar fieri.
Grazie Frontiers e… all’anno prossimo. (Matteo Zoia)
Setlist:
01. Sing-Along Song
02. Calling on You
03. Free
04. Loud ‘n’ Clear
05. The Rock That Makes Me Roll
06. Sorry
07. Breaking the Law
08. No More Hell to Pay
09. All For One
10. More Than a Man
11. Divider
12. Always There for You
13. When We Were Kings
14. The Valley
15. Soldiers Under Command
16. To Hell With the Devil

