Frontiers Rock Festival: live report del Day 1

“Io c’ero” è una di quelle espressioni usate e abusate, a volte anche un po’ fastidiose. Ripensando però a mente fredda ai tre giorni del Frontiers Rock Festival, al senso di appagante beatitudine che, anche dopo essere tornati ai rispettivi luoghi di provenienza, permane nel cuore, quell’”io c’ero” guadagna un valore aggiunto. Già, perché trovare difetti alla prima (e si spera non unica) edizione di questo festival, sia per quanto riguarda l’organizzazione che per quanto riguarda i gruppi esibitisi, è quasi impossibile. Uno degli apprezzamenti che, fin dalle primissime ore, è dilagato maggiormente in giro era “sembra di essere a un festival straniero”: orari di esibizione rispettati quasi al secondo, acustica quasi sempre molto buona, posti all’aperto e al chiuso adatti a esigenze di diverso tipo, e molti musicisti che nel corso dei tre giorni hanno girato tranquillamente tra il pubblico, diventando loro stessi, in alcuni momenti, i fan più accaniti dei loro colleghi sul palco. Questo tanto per introdurre in linea generale l’atmosfera festaiola e professionale del festival, che ha visto molti partecipanti arrivare da diversi Paesi europei, ma anche da più lontano (si contano presenze dal Giappone e dal Brasile, tanto per dire) e che si è nutrito ed arricchito a maggior ragione di queste presenze internazionali. Detto questo, passiamo a parlare dei gruppi.

La prima giornata di festival parte già alla grande con un headliner di altissimo livello, i Tesla, che non deludono minimamente le aspettative. Il compito di aprire le danze spetta però agli State Of Salazar, quintetto svedese che, oltre a vincere il premio per la band peggio vestita del festival, dimostra da subito il grande amore dei suoi componenti verso i Toto. Sette brani, fra cui un inedito, intitolato “Eat Your Heart Out”, che anticipa un full length di prossima uscita, permettono comunque di farsi un’idea e di capire che anche qui c’è un buon potenziale, soprattutto per come i cinque musicisti sanno lavorare con attenzione sulle parti vocali e sui cori. Insomma, nonostante la band abbia all’attivo solo un EP, nonostante siano in apertura del festival, anche la loro è un’esibizione da manuale.

I Dalton, al contrario, di esperienza ne hanno da vendere, dato che questo gruppo, ricostituitosi di recente, è stato attivo negli anni ’80, periodo in cui aveva potuto pubblicare tre album, per poi spegnere gli amplificatori per una ventina d’anni. Bandiera a scacchi sullo sfondo, look sfrontato, i Dalton suonano un rock melodico più grezzo e ruvido, accostato a sua volta a una tenuta di palco tipica di chi si sta divertendo un mondo; capeggiati dal cantante Bosse Lindmark, chhe a più riprese attira e coinvolge bene il pubblico, i Dalton lasciano il segno per la loro attitudine molto rock e per i loro brani energici.

Dalla Svezia si passa poi al Regno Unito con i Three Lions, recentissima uscita della scuderia Frontiers, che vanta, a dispetto del nome quasi banale, la presenza di due pezzi da novanta come Vinny Burns e Greg Morgan, ex membri di Dare e Ten. La vera sorpresa però è il cantante e bassista Nigel Bailey, un perfetto sconosciuto dotato di una voce da manuale, sicura e pulitissima in ogni passaggio, che non sembra temere il confronto con cantanti ben più blasonati che appariranno nel corso del festival. I brani del loro primo album omonimo hanno un’ottima resa anche dal vivo, e soprattutto “Trouble In A Red Dress”, con cui inizia l’album e con cui la band termina il proprio set, è una potenziale hit. Il pomeriggio avanza, ed aumentano i nomi illustri che salgono sul palco del Live Club.

Negli Snakecharmer infatti ci sono un ex membro dei Wishbone Ash, il chitarrista Laurie Wisefield, e due ex membri dei Whitesnake, ovvero Neil Murray e Micky Moody. Non a caso, sono proprio tre pezzi del Serpente Bianco a chiudere il set di questo gruppo, autore di un’esibizione di altissimo livello, basata, oltre che sulla grande esperienza dei musicisti, sull’impeccabile voce di Chris Ousey, che con il suo timbro caldo e blues oriented sa destreggiarsi perfettamente sia sui brani originali, in stile hard blues, che sulle cover del Serpente Bianco. Per l’occasione, vengono riprese, oltre alla classica “Slow An’ Easy”, anche “Here I Go Again” e “Fool For Your Loving” nelle loro versioni classiche da inizio anni ’80. Una band apprezzatissima, da conoscere il prima possibile.

Con i W.E.T. assistiamo alla prima delle due esibizioni alla voce di Jeff Scott Soto (la seconda sarà il terzo giorno, con la band che porta il suo nome), questa volta in look total white, affascinante e carismatico nonostante un po’ di panza in più, e soprattutto dotato sempre di quella voce che da trent’anni scandisce alcuni dei momenti più significativi della storia del melodic rock. Ora, oltre a smuovere di un po’ il livello di ormoni delle numerose milf presenti, Soto e gli W.E.T. si danno molto da fare anche sul palco, con un’esibizione particolarmente grintosa e avvincente, che non lascia spazio alle ballad, ma che regala comunque un momento commovente quando arriva sul palco una foto con dedica e ricordo allo scomparso bassista Marcel Jacobs.

Gli Hardline, al loro debutto assoluto live in Italia, sono sicuramente una delle band più attese in assoluto di tutto il festival, e il fatto che si esibiscano praticamente all’ora di cena non influisce minimamente sull’impatto che la band ha sui presenti. Il più atteso è sicuramente il cantante Johnny Gioeli che, associato a Josh Ramos alla chitarra (che rivedremo anche il secondo giorno insieme agli L.R.S.), ad Alessandro Del Vecchio alle tastiere (che salirà sul palco tutti e tre i giorni e che, in qualità di produttore, è sicuramente uno dei deus ex machina della scena melodic rock attuale) e ad Anna Portalupi al basso (che la mattina seguente partirà per andare in tour con Tarja Turunen) spazzano via letteralmente ogni traccia di dubbio sulle capacitò di questo gruppo, ricostituitosi dopo anni di assenza. Fra un pezzo e l’altro, sempre guidati dall’eccellente voce di Gioeli, c’è anche spazio per qualche assolo per i singoli strumenti.

La prima giornata si conclude, come già accennato, con l’arrivo dei Tesla, che tornano in Italia dopo alcuni anni di assenza, ma soprattutto con il loro primo show da headliner. Per prima cosa la band, capeggiata da uno strepitoso Jeff Keith alla voce e da un Frank Hannon con Diavoletto rossa imbracciata e cappello da cowboy in testa, è in procinto di pubblicare un nuovo album, di cui regala un paio di anticipazioni a metà del proprio set. Entrambi i brani, intitolati “MP3” e “Ricochet”, hanno entrambi buone dinamiche, con un’infinitesimale preferenza del primo rispetto al secondo, e lasciano ben sperare per quanto riguarda la nuova uscita della band di Sacramento. Naturalmente però, se i pezzi inediti vengono ascoltati con silenzioso interesse, è durante l’esecuzione di classici come “Modern Day Cowboy”, “Heaven’s Trail” o “Comin’ Atcha Live” che il tasso di adrenalina oltrepassa i livelli di guardia. Il sound dei Tesla non ha risentito minimamente del passare degli anni, come la voce di Jeff Keith, impregnata di quel timbro particolarissimo che permette di distinguerla fra tante, che rende impossibile non riconoscere fin dalle primissime note dell’arpeggio iniziale la straordinaria ballad “Love Song”. Quella dei Tesla è una delle tre migliori esibizioni di tutto il festival (per quanto sia difficilissimo, anche a bocce ferme, stilare una classifica del genere), e dopo un’ora e venti di concerto da parte loro si va a dormire più che soddisfatti. Ma è solo il primo giorno, tanti gruppi si devono ancora esibire e le sorprese non tarderanno ad arrivare…

anna.minguzzi

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E' mancina e proviene da una famiglia a maggioranza di mancini. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi mai smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va al cinema, canta, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Adora i Dream Theater, anche se a volte ne parla male.

2 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Patrizio

    tesla su tutti, classe, potenza, esperienza. Hardline (anche se a mio avviso è quanto meno curioso che portino tale nome, Gioeli band andrebbe bene e sarebbe più onesto) troppo fumosi con gli inutili assoli e set list veramente ridotta all’osso: togli i soli e aggiungi tre canzoni, diamine!
    I primi tre gruppi troppo troppo troppo distanti dagli headliner, Snakecharmer un po’ fuori luogo (anche se vedere Moody e Murray ha fatto scattare la lacrima), w.e.t inascoltabili per causa Soto fuori forma e suoni indecenti.
    Ottima organizzazione, suoni in genere assurdi per la location, pensavano di essere a San Siro.

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  2. Marco Sartori

    Sono daccordo con te l’esibizione dei W.E.T. che attendevo con ansia è stata disastrosa per suoni e la voce di Soto che non c’era proprio.Per quanto riguarda gli Hardline sono stato soddisfatto della performance voale di Giovanni Battista anche se avrei preferito godermi una sua performance accanto al german guitar wizard

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