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Freitod – Recensione: Der Unsichtbare Begleiter

Si dice che il terzo album in studio rappresenti una tappa importante per una band, a volte il salto di qualità definitivo o comunque una prova con cui il gruppo dovrà confrontarsi spesso in futuro. Una illazione, è così, che tuttavia sembra possedere un fondo di verità per i tedeschi Freitod. Il collettivo di Norimberga giunge infatti con “Der Unsichtbare Begleiter” alla terza prova sulla lunga distanza, un platter che finalmente lascia emergere le potenzialità dei mitteleuropei.

Attivi da una decina d’anni e dediti a un black metal dalle tinte depressive influenzato dai primi lavori degli Shining e dei Katatonia, i Freitod (il nome è un’espressione tedesca non traducibile che indica un “dolce suicidio”) non hanno mai prodotto dei dischi di elevata fattura, ma la nuova opera vede il two-piece innovare il proprio sound e renderlo competitivo.

Di certo le influenze dei gruppi sopraccitati sono ancora presenti, ma i tedeschi optano per un sound drammatico e dal forte impatto emozionale, “edulcorando” la componente black metal, che non sparisce ma resta ai margini, a favore di un più moderno depressive rock, malinconico e plumbeo. Ripetiamo che non si può parlare di grossa innovazione, eppure i due musicisti inanellano sette tracce dall’estetica raffinata, dove le melodie portanti entrano sottopelle e le atmosfere sognanti mantengono alto il livello di attenzione.

L’opener “Unter Schwarzen Wolken” mette subito in chiaro il modus operandi. Riff di chitarra ricorsivi ma intensi, parti più veloci e vicine al black ma accompagnate da melodie drammatiche e fruibili, mentre si alternano sapientemente la voce in screaming di R. Seyferth (anche batteria) e quella pulita, suggestiva e partecipe di G. Eisenlauer (chitarra e basso). Notiamo come i brani siano attraversati da passaggi di grande impatto emotivo, spesso affidati alla chitarra acustica o più raramente alle tastiere.

Senza stravolgere particolarmente la natura dei brani, abbastanza simili ma godibilissimi, i due musicisti narrano il male di vivere con grande pathos, lasciando intuire il coinvolgimento in questo progetto musicale, che oggi appare davvero interessante. Il retaggio black metal, talvolta anche primitivo, fa capolino tra i solchi del disco, predomina in “Die Falsche Krankheit”, ma nella maggior parte dell’ascolto interviene come sfumatura.

Un disco severo, rigoroso questo “Der Unsichtbare Begleiter”, che trova i suoi highlight nella delicatezza di “Mirta”, avvincente e ariosa, nella natura prevalentemente acustica di “Die Zeit Heilt Keine Wunden” (il brano più snello e con le potenzialità del singolo) e ancora nella conclusiva, cangiante “…Und Am Ende War Das Nichts”, dove la matrice black lascia via via spazio a suoni sempre più diluiti ed è chiara la sofferenza suggerita dalla prestazione vocale.

Una release di genere che risente delle influenze del gruppo ma competitiva ed emozionante, di certo consigliabile a chi ama le sonorità introspettive dei Katatonia ed altri acts che hanno fatto del dolore un canale espressivo, come i Lifelover o gli Psychonaut 4.

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