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Fit For An Autopsy – Recensione: Oh What The Future Holds

Se il buongiorno si vede dal mattino, allora, questo 2022 sarà un anno splendido per la musica estrema. Nello specifico, il buongiorno ci viene offerto dai Fit For An Autopsy, band statunitense giunta alla sesta prova sulla lunga distanza. “Oh What The Future Holds” è il titolo del secondo full-lenght uscito sotto l’egida di Nuclear Blast che conferma l’impressionante crescita del gruppo di Jersey City, divenuto vero e proprio punto di riferimento in campo Deathcore: la crescita avviata con il notevole “Absolute Hope Absolute Hell” (2015), e proseguita poi con gli ottimi “The Great Collapse” (2017) e “The Sea Of Tragic Beasts” (2019), ha consolidato una proposta che, alla brutalità del genere, ha saputo inglobare vari elementi dal grande impatto emotivo.

 

 

Basta far partire la title track per rendersi conto di cosa stiamo parlando: atmosfera cupa, le note tristi di un pianoforte, gli strumenti che si aggiungono uno alla volta, la tensione che sale per esplodere all’improvviso attraverso la voce di Joe Badolato in un urlo primordiale, accompagnato da un riff roccioso e carico di groove. Una mazzata di inaudita violenza, un biglietto da visita perfetto che cattura – qualora ce ne fosse bisogno – la nostra attenzione. Superata l’opener, ci imbattiamo in quattro brani che abbiamo avuto modo di ascoltare nell’EP uscito una settimana prima della release ufficiale del disco; dentro queste tracce, ritroviamo l’essenza del sound dei Fit For An Autopsy, un concentrato di suggestioni che si alternano, si rincorrono e vanno a realizzare un affresco sublime, in cui è facilissimo perdersi. Le chitarre di Will Putney (principale compositore e produttore), Patrick Sheridan e Tim Howley disegnano strutture massicce, compatte, che sovente lasciano spazio a break carichi di pathos su cui si innescano ora strumenti acustici (“Pandora”), ora clean vocals  (“Two Towers”), in un’alternanza suggestiva e di immediata presa.

La seconda parte di “Oh What The Future Holds” si apre con il ritmo tribale di “A Higher Level of Hate”, un brano che punta tutto sull’impatto e le ambientazioni post apocalittiche, così come il successivo “Collateral Damage”: composizioni quadrate, capaci di mostrarci come il Deathcore delle origini sia stata in grado di evolversi, di raggiungere un perfetto equilibrio tra l’anima più diretta e furiosa e quella più evocativa ed espressiva. “Savages” segue il solco tracciato dai due brani precedenti, sfruttando, però, breakdown e un ritornello più coinvolgente, che non mancherà di accendere le esibizioni dal vivo del combo statunitense.

 

 

Infine, giungiamo alla conclusione di questa bella esperienza: tocca alla gelida disperazione di “Conditional Healing” e a “The Man That I Was Not”, gemma che racchiude la quintessenza dei Fit For An Autopsy e ci restituisce una perfetta fotografia di chi sono oggi. Sublime. Non potevamo desiderare niente di meglio per iniziare questo nuovo anno in musica.

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