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Firewind – Recensione: Stand United

Con nove album all’attivo, una storia che si è brillantemente estesa oltre i venticinque anni e due musicisti iconici tra le proprie fila, come lo sono Herbie Langhans (Avantasia, Sinbreed) alla voce dal 2020 ed il fondatore Kostas “Gus G.” Karamitroudis (Ozzy Osbourne ed una miriade di collaborazioni) alla chitarra, i Firewind sono una di quelle realtà con le quali – senza che ci si debba necessariamente aspettare il capolavoro assoluto – si può ormai andare sul sicuro. Una sicurezza che, nel caso di questa formazione oggi così variegata (cantante tedesco, chitarrista e bassista greci, batterista belga), conserva le fattezze di un power melodico di stampo pan-europeo, forte del suo elevato tasso tecnico e di un bilanciamento ideale tra le sonorità più nordiche e quelle influenzate dai venti caldi del mediterraneo. Un power cantabile e consistente al quale nel tempo sono sempre stati riconosciuti una certa anima ed un certo calore, e che in “Stand United” trova dunque la sua decima espressione. Un disco attuale nei temi trattati, incentrati sulla necessità di stare uniti in tempi di guerre, disastri ambientali e pandemie, che può fregiarsi di una bella copertina dipinta a mano (caratteristica ormai non così scontata, in tempi di intelligenze e pennelli artificiali) e di una produzione accurata – come le migliori espressioni del genere richiedono – a cavallo fra tre studi di registrazione. Risultato ultimo di tante ottime premesse sono quasi tre quarti d’ora di metal tonico, aperto e brillante, come si evince già dalla corale apertura di “Salvation Day”.

FIREWIND - Fallen Angel (2024) // Official Music Video // AFM Records

In linea con la consolidata produzione del quartetto, il suo stile si caratterizza per un costante dinamismo espresso sia da un infaticabile lavoro delle sei corde – che coinvolge tanto le ritmiche quanto gli assoli – che da una visione globale estremamente curata ed immediatamente in grado di conquistare con il suo tiro brillante. Per quanto la componente tecnica ed esecutiva non possa essere sottovalutata, una considerazione che coinvolge anche una sezione ritmica particolarmente sul pezzo, è però nella scorrevolezza dell’insieme che si coglie l’essenza dei Firewind: gli ingredienti e le accelerazioni sono quelle mooooolto classiche del power (“Land Of Chaos”) e basta un ascolto della title-track o della massiccia “Fallen Angel” per fugare ogni eventuale velleità di innovazione o originalità. Tuttavia dal disco traspare un entusiasmo che coinvolge, un affiatamento solido ed una passione che si avvale del vissuto di una band che ha visto, negli anni, oltre quindici musicisti alternarsi sul palco e portare ognuno un qualche personale contributo. Il segreto dei Firewind sta proprio in questa combinazione di storia e leggerezza (“Destiny Is Calling”), di temi importanti trattati con passo spedito ed occasionale ironia (riprendendo una tradizione che fu degli Helloween), di elaborate parti di chitarra sempre inserite in un contesto organico e focalizzato sul risultato finale.

A questa visione nulla toglie il fatto che, proprio a causa del suo concentrarsi sul quadro d’insieme, la cultura di questa band non contempli la ricerca ostinata del singolo ad effetto: a differenza ad esempio di quanto realizzato da Bob Katsionis (nei Firewind per sedici anni) con gli Outloud, lo stile preferito da Gus G. affonda le sue radici in un power più tradizionale, se vogliamo anche più longevo, magari meno adatto alle ribalte di Youtube ma più in grado di risuonare tra i fan di lungo e placido corso. Qui alla potenza di un coro (“The Power Lies Within”) fa subito seguito un assolo bello ed elaborato di pari importanza, le tastiere si fanno raramente carico del riffing ed i testi denotano uno stile meno personale ed intimista, abbracciando invece tematiche più generaliste. A completamento della tracklist si trova infine una cover gustosa e curiosa (“Talking In Your Sleep”) di un brano inciso dai The Romantics nel 1983, altra scelta insolita che depone a favore di un approccio che nel caso dei Firewind si può raramente definire scontato o banale.

Stand United” è un album solido e perfettamente in linea con la produzione di una formazione maggiormente orientata a non tradire i propri estimatori che non a conquistare una platea più vasta: tradizionale ed in un certo senso ampiamente prevedibile, prudentemente alla larga dai “rischi strategici di una sorpresa di successo” (Scott Helfstein, Oxford University Press, 2012) pur senza suonare stantio, questo nuovo lavoro ha il pregio di regalare una certezza vigorosa e brillante, in tempi nei quali i sogni e le certezze sembrano sgretolarsi e crollare uno dopo l’altro. Neanche fossimo nel 1986, giocando a Rampage.

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