Glacial Fear – Recensione: Filthy Planet

I Glacial Fear sono una delle realtà musicali più longeve e coerenti che il nostro paese possa vantare. Mai baciati da una vera notorietà questi musicisti calabresi (in primis il leader/fondatore Gianluca Molé) hanno invece sempre saputo consegnare alle stampe album intelligenti, costantemente lontani dalle logiche del mercato e artisticamente avanzati. ‘Filthy Planet’ non fa eccezione continuando sulla via stilistica che i Glacial fear hanno cominciato a costruire fin dagli esordi: una miscela rabbiosa di thrash metal deviato (Voivod), metalcore (quello radicale di una volta, non la pappa omogeneizzata che circola oggi) e il death industrializzato di Fear Factory e certi Sepultura. La breve durata (28:08) potrà anche sembrare una carenza, ma di sicuro permette alla tensione di esplodere senza disperdere energia, e in fin dei conti è meglio così che ritrovarsi brani non all’altezza infilati per alzare il minutaggio. Forti di una dinamica continua regalata dal bravissimo batterista Enzo Rotondaro i brani si susseguono senza discostarsi troppo dallo schema prestabilito, ma riuscendo comunque a generare il sentimento di assoluta alienazione che la musica si propone di raggiungere. Come sempre i nostri abbinano alla musica un immaginario post moderno e violento ben rappresentato da tesi ed artwork. Il disco è ordinabile andate direttamente sul loro sito: http://www.glacialfear.it.Per chi ama certe sonorità si tratta quasi di un obbligo.

Voto recensore
7
Etichetta: Autoproduzione / D.I.Y. Conspiracy

Anno: 2007

Tracklist: 01. Addicted To Chaos
02. The Common Will
03. Crimescope: The Black Connection
04. Hannibal Sleep For 8,5 Years
05. Outburst
06. Into The Torture House
07. Walk Away
08. Worms
09. In Calabria

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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