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Arckanum – Recensione: Fenris Kindir

Shamaatae è senza dubbio un personaggio particolare. Da anni immerso nello studio di quella gnosi del caos che poi traduce in musica, il polistrumentista svedese è artefice, coi suoi Arckanum, di una carriera votata al minimalismo e al volto più tradizionale del black metal scandinavo. Ottavo album sulla lunga distanza, il nuovo “Fenris Kindir” non si discosta di un millimetro dal suo abituale solco espressivo, ribadendo sia le tematiche che le atmosfere proto-pagane percorse negli ultimi anni.

Come si intuisce sin da “Tungls Tjúgari” il disco è caratterizzato da un sound tanto grezzo e lo-fi da non essere praticamente prodotto, e se da un lato tale scelta dona immediatezza e impatto frontale a tutti gli strumenti (anche al basso, una volta tanto), d’altro canto ha zero dinamica, profondità e pulizia, proprio come se l’album provenisse da quel lontano ’95 da cui tutto ebbe inizio (“Fran Marder”). Shamaatae non ama certamente le mezze misure, e quando sceglie una strada la percorre fino in fondo, giungendo alla saturazione e all’estremizzazione dei propri concetti cardine, prendere o lasciare.

Questa progenie di Fenrir annovera qualche brano interessante e focalizzato, come “Hatarnir” o “Vargøld”, ma nel complesso appare come un  episodio alquanto sottotono di una discografia spesso ridondante e abbastanza involuta, anche se non priva di validi tasselli (recentemente “ÞÞÞÞÞÞÞÞÞÞÞ”, 2009).

Detto questo i veri fan degli Arckanum sanno già a prescindere cosa aspettarsi dal loro beniamino, mentre a tutti gli altri ascoltatori si ricordano (e consigliano) i ben più efficaci (e lucidi) album del passato, fra i quali mi piace citare soprattutto il buon “Kostogher” (1997), bella copertina, buona musica (un po’ il contrario di “Fenris Kindir”, in fin dei conti).

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