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Fates Warning: Live Report della data di Brescia

Per una volta ci piacerebbe tralasciare l’aspetto meramente critico e raccontare un concerto dal punto di vista del fan di lunga data; già perché era dal lontano 1995 che aspettavamo che i Fates Warning tornassero a farci visita in Italia e di conseguenza un’anonima serata autunnale in quel di Brescia si è trasformata in un evento che ricorderemo a lungo.

Nella nuova sede del Circolo Colony, locale in cui si respira aria d’altri tempi, ci si accorge ben presto che l’affluenza non sarà marcata e questo dispiace perché Matheos e soci sono un gruppo seminale della scena americana e meriterebbe senza remore il proscenio riservato ad altre band come Dream Theater o Queensrÿche (tralasciando volutamente i Rush che furono cronologicamente gli iniziatori); infatti dopo un’epocale prima parte di carriera con John Arch alla voce e più legata all’heavy power classico, da “Perfect Symmetry” (1989) in poi la band del Connecticut ha dettato le linee guida di quel genere che oggi chiamiamo prog metal, ruolo che lo scarso numero di presenze di questa sera ci dimostra non essere assolutamente riconosciuto a dovere.

Senza offesa per i diretti interessati ma liquideremmo abbastanza in fretta le esibizioni di Master Experience che trovano un buon feeling con lo sparuto pubblico nonostante una proposta scolastica e passaggi tecnici non sempre all’altezza e dei Divided Multitude band dalla quale ci aspettavamo decisamente di più e di cui ricordiamo solo (e sottolineeremmo solo) una buona preparazione strumentale.

Quando irrompe “One Thousand Fires”, nonostante il nuovo “Darkness In A Different Light” sia uscito da poco e stia ancora “macerando” nelle orecchie dei fan, si capisce subito che abbiamo a che fare con dei “manici” di un’altra categoria; Jim Matheos sciorina riff a martello dallo spiccato buon gusto ben coadiuvato dal giovane ospite di questo tour, tale Michael Abdow, che si dimostra un notevole talento della sei corde (soprattutto nella riproposizione degli assoli di Frank Aresti). La sezione ritmica è davvero squassante (Bobby Jarzombek sarà un batterista meno jazz e più quadrato di Zonder ma sfoggia una prova inattaccabile, penalizzato sulle frequenze basse solo dal suono non impeccabile del Colony) e “last but not least” ci piacerebbe spendere due parole per Ray Alder, che pur non riuscendo a riproporre gli acuti dei primi anni ’90 rimodella i toni delle sue linee vocali sfoggiando comunque una padronanza vocale non comune.

Dalla seconda traccia presentataci, “Life In Still Water”, è stato un susseguirsi di piccoli classici e grandi emozioni alternati a pezzi nuovi; e così abbiamo avuto la fortuna di assaporare estrapolazioni dall’autunnale “A Pleasant Shade Of Gray” (le parti III, VI e XI), “The Eleventh Hour” e “Point Of View” dal fondamentale “Parallels”, e le ritmate “One” e “Pieces Of Me” dal sottovalutato “Disconnected” del 2000 (per chi scrive un capolavoro senza tempo). Dallo stesso lavoro ecco giungere nel bis la mastodontica “Still Remains” che deve aver sicuramente fatto danni alle coronarie di qualche astante andando a chiudere un concerto abbastanza corto ma intensissimo e che non avremmo voluto finisse mai.

Maestri (anche d’umiltà)!!!

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