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Exhorder – Recensione: Mourn The Southern Skies

Ora, senza voler offendere nessuno, ma esiste una retorica sottintesa per cui quasi ogni band degli anni ottanta/primi novanta che non sia stato in grado di diventare popolare come i Metallica o i Pantera sia vittima di un complotto. Con tutto il rispetto per gli Exhorder, mi pare che il loro contributo alla storia musica sia quello  di aver avuto un cantante davvero buono e l’aver sparato un paio di album di tutto rispetto, aggressivi e creativi al punto giusto, ma comunque non così imprescindibili come a volte sento dire.

Questo nuovo lavoro è quindi, se volgiamo, una sorta di banco di prova… riusciranno i nostri ad ottenere quella visibilità che all’epoca sfuggì loro? Risposta: glielo auguriamo, ma non sarà facile. E questo, ben inteso, non per la qualità del prodotto che va ben oltre quanto proposto da qualsiasi band contemporanea in qualche modo accostabile, ma perché lo stile è rimasto più o meno vicino a quel thrash compresso e post-ottanta che oggi non pare godere di gran considerazione.

I brani più tirati, come “My Time”, “Ripping Flesh” o “Beware The Wolf” hanno infatti grande impatto, ma sono piuttosto scontati. Una banalità che forse ti puoi permettere se sei gli Slayer o i Testament e hai una legione di fan che aspettano solo te, ma che diventa difficile da giustificare se produci un nuovo album dopo ventisette anni di stop. Più sostanza è invece riscontrabile nei pezzi meglio costruiti e dal groove incalzante; sicuramente è questa la dimensione in cui la personalità della band e la bella e potente voce di Kyle Thomas regalano il meglio. Canzoni come “Asunder” , “The Arms Of Man” o la lunghissima “Yesterday’s Bones” sono rocciose e trascinanti quanto basta per prendersi un plauso e un buon numero di ascolti graditi. Una qualità che comunque rimane stabile per molte canzoni e se fossimo a metà degli anni novanta un sound così avrebbe certamente un impatto dirompente! “Hollowed Sound” e “All She Wrote” spaccano comunque ancora oggi, ma è anche innegabile che l’ibrido tra thrash, groove e armonie quasi southern non sia più qualcosa in grado di smuovere le masse.

Particolarmente heavy è la conclusiva “Mourn The Southern Skies”, in cui la band mette a frutto tutta la propria forza espressiva in nove minuti che si compongono di una introduzione e uscita acustiche, ma soprattutto di una lunga e sostanziosa parte doom e groovy, che si regge quasi interamente sulle doti vocali di Thomas e la solidità della base ritmica. Il risultato complessivo è quindi quello di un album valido e ben confezionato (ottima anche la produzione), che però non sposta di una virgola la proposta della band e che sarebbe potuto tranquillamente uscire dopo “The Law”. Se siete amanti del genere o della band potete quindi andare sul sicuro, ignorando tendenze e mode contemporanee!

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