Evergrey – Recensione: Theories Of Emptiness

E’ un po’ come se ci fossero sempre stati, gli Evergrey: dagli esordi estremamente promettenti di “The Dark Discovery” (1998) all’ultimo e calcolato lavoro del 2022 (“A Heartless Potrait”), non c’è un solo album che – anche sulle nostre pagine – sia stato possibile ignorare: autrice di un heavy/prog oscuro e roccioso, sempre raffinato, la band che Thomas Steffen Englund formò in risposta al melodic death metal che dilagava incontenibile nella sua Goteborg ha saputo farsi attendere, recensire, comprare ed apprezzare con una consistenza che ai più potrebbe perfino venire a noia. Forti anche di una line-up stabile, in particolare dopo la grande purga del 2010, gli Evergrey hanno messo a frutto tanta solidità sia in sede live, con un’attività concertistica che anche quest’anno li porterà in Europa ed America Latina, sia dal punto di vista stilistico, che negli anni ha registrato una commistione di generi ed una ricchezza di contaminazioni tali da rendere sempre più permeabili i confini di una proposta per sua natura allergica alla stagnazione. Caratterizzato da un titolo interessante ed estremamente attuale, dal momento che le teorie del vuoto sono oggi un’appassionante materia di studio tanto in campo psicologico che religioso/spirituale, questo nuovo lavoro si apre con “Falling From The Sun”, traccia piuttosto pimpante e ritmicamente incisiva, perfetta per Youtube, facile ma con una dignità che testi ed assolo contribuiscono ad accrescere. Brillanti, questi Evergrey, ed autorevoli al punto da potersi permettere di sviluppare un intero brano intorno al suo accattivante ritornello senza che la loro sostanza ne possa essere messa in discussione.

La successiva “Misfortune” va evidentemente alla ricerca del contrasto, con un incidere più lento, una pesantezza intrinseca mitigata dal dinamismo dei cori ed anche dalla leggerezza con la quale il quintetto svedese riesce sempre a muoversi, divincolarsi ed aprirsi a soluzioni inaspettate. Alla solidità del quadro contribuiscono anche questa volta l’interpretazione appassionata di Englund, che davvero sente la creatura come sua, ed il peso esplosivo della produzione, affidata allo stesso frontman ed al batterista Jonas Ekdahl: fondamentali – per tenere tutto insieme con incredibile grazia – anche il contributo di Adam “Nolly” Getgood (ex-Periphery) al mixing e di Thomas “Plec” Johansson (Soilwork, The Night Flight Orchestra, Onslaught, The Gems, Eleine) che si è occupato del mastering. Come spesso accade con la discografia della formazione svedese, la cura maniacale della produzione è essa stessa un elemento di richiamo, talmente perfetta da dare importanza a brani che altrove avrebbero conosciuto fortune diverse e più sommesse: è il caso ad esempio di una “To Become Someone Else” che in altre mani sarebbe stata solo una buona canzone, ma in questa occasione prende invece le forme di un’onda sonica travolgente, di un crescendo complesso che ti avvolge ancor prima di averne identificato le componenti e l’inafferrabile, dilatato segreto. Che sia un trionfo di forma o sostanza, con gli Evergrey è difficile dirlo, perché la loro alchimia sta proprio nel presentare il bello così bene, con attenzione: prendiamo il basso tagliente e le tastiere di “Say”, ma poi anche il suo intermezzo strumentale vagamente ispirato al progressive, ed un cantato al quale il mestiere certamente non difetta. Il risultato è una combinazione che a raccontarla le si farebbe un dispetto, perché è l’insieme a funzionare così bene, nell’ambito del singolo brano – che anche questa volta siamo sempre sui cinque minuti – ed in quello di una tracklist che dà il meglio di se stessa quando vissuta nel suo struggente e malinconico intero (“Ghost Of My Hero”).

Dimmi che sono gli Evergrey senza dirmi che sono gli Evergrey, si direbbe in uno di quei meme per giovani. E “Theories Of Emptiness” sembra riuscire bene proprio in questo, consapevole dei propri mezzi e della propria identità al punto da procedere con il pilota automatico ma senza perdere di vista l’anima, il gusto per gli arrangiamenti ed una devastante componente corale che mi ha ricordato l’interessante progetto danese dei “Choir of Young Believers”. Che se una “Our Way Through Silence” l’avessero fatta i Nickelback li avremmo massacrati, e invece qui la gusti a piccoli e compiaciuti sorsi, come fosse un vino d’annata. In virtù di un approccio così accessibile e bilanciato, la componente più sperimentale della band scandinava risulta in qualche modo compressa: “We Are The North” ed una “Cold Dreams” nella quale fa capolino il growl di Jonas Renkse (Katatonia) sono forse gli unici episodi nei quali la cantabilità dei cori non distoglie da un impatto roccioso e di più lenta evoluzione, con gli Evergrey ancora una volta impareggiabili nel descrivere quello stato di smarrimento e sospensione che, in effetti, con il titolo dell’album c’entra e non poco. E così toccherà mettere un segno di spunta anche alla voce “coerenza”.

Pensato e pensante quanto basta, ma senza rinunciare ad una buona dose di divertimento in salsa nordica (“One Heart” è un arena-rock da pelle d’oca e chissenefrega), “Theories Of Emptiness” è un disco del quale bisogna semplicemente prendere atto, un lavoro brillante sotto tutti i punti di vista e che in un certo senso costringe alla resa anche il più incontentabile degli azzeccagarbugli: di fronte ad una proposta così unica e riconoscibile, nel quale è diventato impossibile distinguere il cuore dall’artificio, il songwriting furbo da un coinvolgimento che eppure sembra così autentico e vibrante (“The Night Within”), non rimane che ringraziare per un lavoro con la potenzialità per mettere tutti d’accordo. Da ascoltare, possedere e godere fino all’ultimo e polveroso solco, ancor meglio se quello di un vinile da trattare con amore, rispetto, gentilezza.

Etichetta: Napalm Records

Anno: 2024

Tracklist: 01. Falling From the Sun 02. Misfortune 03. To Become Someone Else 04. Say 05. Ghost of My Hero 06. We Are the North 07. One Heart 08. The Night Within 09. Cold Dreams (feat. Jonas Renkse, Salina Englund) 10. Our Way Through Silence 11. A Theory of Emptiness
Sito Web: facebook.com/Evergrey

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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