Europe: Live Report e foto della data di Milano

Che gli Europe siano passati dall’Italia pochi mesi fa, in luglio, in realtà importa poco. Lo spettacolo di ottobre, al chiuso in teatro, è infatti del tutto diverso da quello proposto durante il tour estivo. Quello che cambia è il concept che sottostà alla serata, divisa in due tempi e impostata in modo tale da durare quasi tre ore, compreso l’intervallo (del resto, siamo a teatro). Il nome “Time Capsule Tour” prepara infatti il pubblico a un vero e proprio viaggio nel tempo, al quale assiste, come sempre quando si parla degli Europe, una gran varietà di partecipanti, dai veterani dei concerti ai “generalisti” che arrivano a concerto iniziato, conoscono solo “The Final Countdown” e se ne vanno prima che Ian Haugland lanci le bacchette in direzione della platea, madri con figli al seguito e metallari consumati.
Quando le luci si spengono, infatti, il concerto è preveduto da un documentario di circa una decina di minuti in cui i membri della band raccontano le origini del gruppo e il modo in cui si sono incontrati fra loro, il tutto alternato a immagini e brevi video di repertorio datati primi anni 80. Chi è pronto a scatenarsi dovrà quindi attendere ancora un attimo, poi il documentario si chiude e inizia la musica. Come accaduto in luglio e nonostante il tour sia ancora alle primissime date, ancora una volta possiamo dire di avere di fronte una band in forma splendida. Nessuno sbaglia un colpo e ancora una volta si percepisce il grande affiatamento fra tutti; certo, le luci illuminano, come ovvio, per primo Joey Tempest, che azzarda anche un breve tour giù dal palco durante “Rock The Night” (con tentativo conseguente di fuga dai propri posti a sede da parte di alcuni, subito richiamati all’ordine dal personale di sala), ma gli Europe non sarebbero tali senza l’insieme delle sue parti. Il Time Capsule Tour ha fin da subito l’intento di proiettare i presenti in un vero e proprio viaggio in tutta la carriera della band, sia per quanto riguarda la musica che, appunto, il contributo e la testimonianza di tutti e cinque i musicisti. Si salta quindi da un anno all’altro e da un album all’altro, fra grandi classici della prima era come l’immortale “Seven Doors Hotel” e nuovi arrivi del periodo post reunion, come “Start From The Dark”. A inizio serata c’è tempo anche per il singolo “Hold Your Head Up”, uscito da pochi giorni e già conosciuto da una buona parte di pubblico. John Norum ha uno spazio ampio di azione per tutto il concerto, anche se rimane per la maggior parte del tempo sul lato destro del palco, schivo e concentrato. La perla strumentale “Vasastan” diventa una delle tante sorprese e uno dei molti modi per metterlo al centro dell’attenzione. Ancora, si passa dal passato al presente con “Girl From Lebanon” e “War Of Kings“, per arrivare a “Stormwind“, che accende gli animi più rock fra il pubblico e chiude la prima parte del concerto. Dopo l’intervallo c’è tempo per un secondo filmato, in cui tutti i membri degli Europe evidenziano l’alchimia che li rende così invincibili da anni e fanno capire che tutti sono fondamentali e che gli uni non potrebbero esistere senza gli altri. La seconda parte del concerto, oltre a contenere quei brani che non possono proprio mancare in un loro concerto, riserva ancora qualche sorpresa. La più significativa è l’intermezzo acustico in cui Joey Tempest e John Norum, sui rispettivi sgabelli, imbracciano le chitarre acustiche e intonano a due voci una “Space Oddity” deliziosa (tra l’altro è divertente osservare i movimenti diversi delle mani mentre i due suonano: John muove appena il polso e fa giusto i movimenti essenziali, come fanno quelli molto bravi, mentre Joey tende a “zappare” un po’ di più e muove mano, polso e braccio con enfasi maggiore). Terminato l’intermezzo acustico, prosegue l’alternanza tra passato e presente con “Last Look At Eden” e “Open Your Heart“, e si scivola pian piano verso il gran finale. Dopo che ciascun membro della band, ciascuno a suo modo, si è ritagliato uno spazio per ringraziare gli altri Europe e i presenti, tocca di nuovo a Ian Haugland farsi avanti, ironizzando su quanto siano inutili gli assoli di batteria prima di introdurre il proprio. La triade consueta, composta da “Superstitious” (su cui si innesta un pezzo di “Here I Go Again”), “Cherokee” e, non ci sarebbe neanche bisogno di dirlo, “The Final Countdown“, mettono il sigillo a una serata straordinaria.

Ancora una volta gli Europe portano a casa un risultato perfetto. Non è mancato davvero nulla in questo viaggio nel tempo, anche un album minore del nuovo corso della band come “Secret Society” ha il suo spazio. Il fatto di essere in teatro ha portato ad avere uno spettacolo ottimo sia dal punto di vista dell’acustica che da quello delle luci, pronte a mettere in evidenza ogni componente. Lo ribadiamo ancora, così come lo hanno fatto loro: la forza degli Europe è quella di essere un gruppo, non un cantante e quattro figuranti, che non potrebbe funzionare allo stesso modo se un pezzo dell’ingranaggio non fosse al suo posto. Il live di Milano ha semplicemente dimostrato, con i fatti e la potenza che dal vivo la band sprigiona ogni volta, la compattezza della formazione, a dispetto dei quarant’anni di carriera. Difficile pensare a un modo migliore per festeggiare questo traguado.

Setlist:
On Broken Wings
Seven Doors Hotel
Rock The Night
Start From The Dark
Walk The Earth
Hold Your Head Up
Dreamer
War Of Kings
Vasastan
Girl From Lebanon
Carrie
Stormwind
Always The Pretender
Ninja
Prisoners In Paradise
Sign Of The Times
Space Oddity
Last Look At Eden
Open Your Heart
Memories
More Than Meets The Eye
Drum Solo
Ready Or Not
Superstitious

Encore:
Cherokee
The Final Countdown

anna.minguzzi

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E' mancina e proviene da una famiglia a maggioranza di mancini. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi mai smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va al cinema, canta, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Adora i Dream Theater, anche se a volte ne parla male.

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