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Alchera – Recensione: Era

Disco piuttosto convincente, quello prodotto dagli Alchera, band tedesca che, dopo alcuni anni trascorsi nell’underground metallico, da alle stampe il suo debutto effettivo, “Era”.
Il sound proposto dal sestetto (tre le chitarre) è un metal estremo che attinge soprattutto dal melodic death, ma non disdegna occasionali incursioni del black (viking), come in “Misanthropy” e nel grind (“Bauchfleisch”).

Il taglio generale delle canzoni (ben tredici) è piuttosto epico, e non stupiscono infatti i vari riferimenti alla mitogia scandinava (“Lokasenna”), al folklore slavo (“Vlokuslak”) e all’opera di Tolkien (“Melkor”). Avvalendosi di tre axe-men e due cantanti (i fratelli Prangenberg) l’impasto sonoro è robusto e corposo, innervato sia della giusta dose di groove ritmico che di melodie.

Questi Alchera, pur non proponendo assolutamente nulla di nuovo, convincono nella misura in cui riescono a trovare la giusta sinergia fra vari elementi stilistici (“In Darkness”, “Ghul”), segno di un’esperienza e di un lavoro preciso e curato.

L’unico appunto risiede nell’eccessiva prolissità della track-list, che da l’idea di un lavoro in cui sono state stipate composizioni anche piuttosto lontane fra loro, come data di composizione e spirito musicale, nella volontà, positiva ma un po’ eccessiva, di porre molta carne al fuoco.

Sarebbe forse stato meglio dare un taglio più omogeneo alla scaletta, e ridurla di qualche episodio, invero un po’ ridondante.
Per il resto, una band senz’altro valida.

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