Balance – Recensione: Equilibrium

Qualcuno si ricorda le uscite del rock melodico degli anni novanta? Quei dischi in arrivo soprattutto da Gran Bretagna e Germania che contenevano buoni esempi di songwriting di genere, ma che immancabilmente suonavano come dei demo rispetto a quello che eravamo abituati ad ascoltare solo pochi anni prima? Il nuovo album dei riformati Balance rinverdisce quei momenti poco nobili e ci propone nuovamente quel sound ovattato e quella amalgama imperfetta di strumenti che avremmo preferito dimenticare. Un limite inspiegabile, visto che la produzione è affidata allo stesso Kulick e al batterista Chassen; eppure il disco manca completamente della brillantezza necessaria e soprattutto la batteria non rende, schiacciata da una timbrica terribile, tipica dei fustini di plastica. Produzione a parte il disco offre una carrellata di standard ormai consumati, ma sempre ben eseguiti e proposti con convinzione credibile. Alcuni brani spiccano, come le belle “Winner Takes All”, “Where The Rainbow Ends” e “Breathe”, mentre il resto rimane in una onorevole media (per dei mostri sacri come questi) senza entusiasmare. Dateci dei sentimentali, ma rispolverare un nome glorioso come quello dei Balance per far uscire un disco appena sufficiente ci pare un delitto, ma se qualcun’altro si saprà accontentare… meglio per lui.

Voto recensore
6
Etichetta: Frontiers

Anno: 2009

Tracklist:

01. Twist of Faith

02. Breathe

03. Old Friends

04. What Have U Done

05. Winner Takes All

06. Crazy Little Suzie

07. Liar

08. Walk Away

09. Who You Gonna Love

10. Forever

11. Where the Rainbow Ends


riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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