Ephel Duath: Live Report della data di Mezzago (MI)

Il Bloom di Mezzago questa sera ospita una band nostrana, gli Ephel Duath, tanto acclamata dalla stampa nazionale ed estera. Un disco, ‘The Painter’s Palette’ (Earache/Elitist Record, anno 2003), che sembra una fotografia di un corpo in movimento, dai colori sfuocati e dai contenuti sfuggenti, bizzarri. Un evento, quindi, di cui vale la pena parlare, procedendo con ordine.

Ad aprire la serata sono i Cubre, formazione italiana lombarda la cui volontà è quella di riscrivere il concetto di "post-hardcore estremo" utilizzando molteplici riferimenti. Penalizzati, purtroppo, da una resa acustica piuttosto pastosa e confusa, i Cubre riescono comunque a mirare al bersaglio, colpendo con la stessa aggressività di cui l’ottimo ‘Our Tangled Soul’ – uscito su Vacation House nel 2001 – era pregno. La ricetta dei Cubre è di quelle acide, pesanti e taglienti: la velocità dei Converge, l’intimità tribale e decadente dei Neurosis, la follia dei Voivod e i continui richiami al death metal made in Florida ci mettono dinanzi a grammatiche sì complesse ma altrettanto fluide in fase di ascolto perché assolutamente istintive. Brutali, aggressivi e risoluti, i Cubre dal vivo convincono chiunque abbia ascoltato almeno trenta volte il suddetto ‘Our Tangled Soul’. La band ci regala una performance soddisfacente, sperando che la prossima volta l’acustica sia più curata.

Dopo qualche problema tecnico in fase di cambio palco, ecco gli Ephel Duath: in seguito alla dipartita di Davide Tolomei (il cantante "melodico"), la formazione è composta dai quattro rimanenti ovvero Davide Tiso alla chitarra, Luciano Lorusso alla voce, Fabio Fecchio al basso e Davide Piovesan alla batteria. L’abilità degli Ephel Duath è quella di risultare fulminei e concentrati sulla propria cosa anche su un palco. I pezzi eseguiti dalla band sono – in ordine sparso – quelli di ‘The Painter’s Palette’, però riarrangiati e riadattati per essere suonati da quattro componenti anziché cinque. Il risultato è una schiaffo sonoro in faccia, un’esplosione reale di idee e attitudini diverse che vengono eseguite realmente davanti agli occhi dei presenti, con risolutezza e precisione impeccabili. Gli Ephel Duath quando suonano sono come degli scienziati in laboratorio che non sbagliano un colpo, riescono addirittura a riprodurre la stessa atmosfera del disco ma in chiave ancora più eccitante. Fra jazz, metal, avanguardia, elettronica e disarmanti deliri black visionari, i nostri risultano comunque oscuri nelle intenzioni e "fisici" nel loro agire musicale. Nulla è lasciato al caso, tutto è stato calcolato nei minimi particolari: i pezzi si aprono e si chiudono con estrema spigliatezza, immediatamente si è avvolti da qualcosa di cui non si riesce a stabilire esattamente la provenienza. E’ tutto talmente veloce, lineare e urgente che pretendere di catturare l’insieme della struttura canzone diventa impresa assai difficile. Allo stesso tempo, i brani assumono una forma vivida e istantanea come uno schizzo di colore su un quadro dadaista. Gli Ephel Duath usano l’arte, la distruggono e poi la ricompongono in base ai loro canoni e ai loro gusti. Una fotografia sempre in movimento, si diceva, in cui questi quattro Musicisti ne sono i soggetti principali. Nessuno dovrebbe lasciarsi sfuggire, la prossima volta, un concerto degli Ephel Duath.

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