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Elle Tea – Recensione: Fate Is At My Side

“L” e “T” sono le iniziali di Leonardo Trevisan, ventisettene chitarrista fiorentino cresciuto con la passione per l’hard rock e l’heavy metal: ascoltando e riascoltando i grandi classici (identificati da Leonardo con Iron Maiden, Black Sabbath, Dio, Megadeth, Manowar, Virgin Steele, Saxon, Blind Guardian, Rhapsody, AC/DC, Van Halen, Queen, Aerosmith, Deep Purple e Whitesnake) nasce dunque il desiderio di comporre ed interpretare dei brani che in qualche modo possano inserirsi in questo filone, un obiettivo che egli realizza nel 2017 con la finalizzazione di “Fate Is At My Side”. Già, perché il disco che viene presentato al pubblico solamente oggi ha in realtà già sei anni sulle spalle, e sarebbe interessante conoscere i motivi per i quali, invece che richiedere un immediato riscontro al grande pubblico, Trevisan abbia invece preferito aspettare così a lungo per far conoscere al mondo il suo progetto Elle Tea. Con questo singolare ritardo, che a sua volta costituisce l’elemento più singolare della presentazione del disco, e se si esclude la possibile discendenza dell’autore da una delle più antiche macellerie del capoluogo toscano, non rimane altro che procedere con l’ascolto di queste sette tracce e verificare quali effetti gli anni di invecchiamento abbiano eventualmente prodotto sul materiale in vetrina.

Lungo poco più di mezz’ora, l’album si apre con una title-track dal sapore epico e classico che, intelligentemente, sceglie di puntare tutto su melodie vocali e chitarre, elementi che hanno senz’altro potuto godere delle attenzioni maggiori. Se infatti basso e batteria elettronica forniscono poco più di un semplice accompagnamento, spuntando come prevedibile l’impatto generale, il cantato di Leonardo sopperisce per buona parte alle mancanze con una discreta dose di personalità (“The Wanderer”). Per prima cosa il suo stile è gradevole, mai eccessivamente tirato (“An Awaited Sign”), i cori sono realizzati con una buona sensibilità e si avverte – circostanza tanto rara quanto lodevole – che le canzoni sono state composte proprio a partire dalle parti cantabili, e successivamente completate (se non propriamente rifinite) con i limitati mezzi a disposizione.

Ed è dove questi elementi di contorno sono meno necessari, come ad esempio nell’atmosferica “Part Of The Devil”, che si avverte quel qualcosa di speciale che il progetto Elle Tea può esprimere: ci sono infatti alcune idee interessanti, come ad esempio la contaminazione tra l’heavy classico ma anche certo rock moderno (io per esempio ho sentito qua e là anche qualcosa dei Ghost), arrangiamenti per nulla meccanici (“Riding In The Dust” ha un riff cow-rock alla D:A:D), parti in italiano ben amalgamate con il resto in inglese e la capacità di affrontare a testa alta, come l’Inter in Champions, anche lunghezze considerevoli – con tre brani su sette che si attestano intorno ai cinque/sei minuti – che metterebbero in crisi creativa anche molte band al completo. E poi c’è un’attitudine gioiosa e per nulla pretenziosa, che si esprime in alcuni episodi più immediati e di riuscita presa (“Voice Of Time”), che testimonia ulteriormente non solo la verve creativa che Trevisan possedeva nel 2017 ma anche una perfetta consapevolezza dei propri mezzi, che lo ha portato a confezionare un prodotto su misura ed a proprio agio all’interno dei propri angusti confini.

Al termine dell’ascolto di “Fate Is At My Side” si possono fare una serie di considerazioni, un risultato di per sé già notevole: la prima è che in soli trentadue minuti gli Elle Tea mettono tante cose diverse, spalmate su durate ed intrecci differenti, passando con agilità da episodi più catchy ad altri in grado di concedersi interessanti divagazioni che ampliano ulteriormente lo scopo e gli orizzonti del progetto. Il secondo punto riguarda invece la bontà dei riff di chitarra e delle melodie vocali, innestati su una spirale ascendente e talmente riusciti da far dimenticare in più di un’occasione la mancanza di una vera band – e probabilmente di un vero budget – a supporto.

Il disco suona maturo ed energico (“Burning Soul”), dotato di una solida personalità e mai si ha l’impressione che questa sia una one man band che ha voluto realizzare un album giusto perché quel pomeriggio era saltato il calcetto. Le idee di fondo sono chiare e tutte, davvero tutte, meritevoli di essere sviluppate: non c’è infatti nessuna traccia che tradisca pochezza di mezzi, fretta di risultati o fiato creativamente corto (persino la batteria elettronica è usata con una misura che rasenta il genio) ed è chiaro che tutto quanto qui in mostra, per quanto già sufficientemente efficace, potrebbe beneficiare enormemente di una produzione in grado di accompagnare ogni dettaglio al livello superiore. La terza ed ultima nota riguarda infine il fattore tempo: alla perplessità di fronte alla scelta (apparentemente inspiegabile) di tenere questo piccolo frutto d’amore nel cassetto per sei lunghi anni si unisce la curiosità sulle intenzioni di Leonardo per il futuro. Quando i feedback sono così incoraggianti e positivi, quale sarà il tuo prossimo passo?

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