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Electric Mob – Recensione: 2 Make U Cry & Dance

“Quarantacinque minuti di intrattenimento spensierato ed orizzontale, confezionato con professionalità e sbattimento”: era il duemilaventi e con queste parole raccontavo le sensazioni che avevano seguito l’ascolto di “Discharge”, disco d’esordio dei brasiliani Electric Mob. Un disco forse irrisolto, come molti debutti, eppure contenente quella verve e quel guizzo che all’hard rock più scanzonato servono come il pane, e più di tecnica e virtuosismi. A distanza di più o meno tre anni la formazione di Curitiba, che così tanto ama applicare la sua mano pesante a quanto in molti abbiamo già sentito negli / degli anni settanta ottanta e novanta, ritorna con un album che – già a partire dall’esplosiva copertina – promette di regalare tre quarti d’ora di sano divertimento. Formati e fronteggiati da Renan Zonta, cantante che nella grande famiglia di Frontiers ha nel frattempo saputo ricavarsi ulteriori finestre di visibilità (vedi ad esempio le collaborazioni con i Magnus Karlsson’s Free Fall ed i Brother Against Brother), gli Electric Mob inaugurano le danze con un brano sorprendentemente appassionato, maturo e tagliente (“Sun Is Falling”), nel quale la malinconia del grunge sembra prendere il sopravvento sulla pura esperienza d’intrattenimento che potevamo attenderci. E’ la classica premessa che ti fa pensare alla band che vuole crescere, alla maturazione dell’artista, alla maggiore consapevolezza costruita negli anni… circostanze che insomma ti portano ad ambire a risultati meno immediatamente tangibili, ma più funzionali ad una crescita duratura e (aggettivo abusato in 3, 2, 1) sostenibile.

Electric Mob - "Sun Is Falling" - Official Music Video | @ElectricMob

In questo nuovo approccio, caratterizzato da un riffing di chitarre davvero pesante (“Will Shine”) c’è insomma poco di quel Brasile stereotipato che sarebbe stato così comodo immaginare, rimpiazzato completamente da un’attitudine street e robusta presa dalla scena di Los Angeles (“Locked n Loaded”), pochi mesi prima che lo scettro ed i dollari passassero alla piovosa Seattle. Il senso di un rock sospeso tra la voglia di divertire e la consapevolezza delle nuvole che potrebbero addensarsi da un momento all’altro è forse quello che meglio caratterizza un disco sempre sul punto di esplodere, dalle melodie spesso sfuggenti e dagli assoli quasi inesistenti, portatore di una bella tensione (“Soul Stealer”), di una grinta rabbiosa (“IT’S GONNA HURT”) e della volontà di glorificare la propria libertà anche scegliendo titoli e spelling dei brani insoliti e creativi. Non mancano poi momenti nei quali l’attitudine seriosa della formazione brasiliana emerge in modo ancora più evidente: tracce come la bellissima “4 letters” e “Love Cage” sono dense e sabbiose, elettriche e cariche di atmosfera, e davvero restituiscono il peso di una realtà in divenire che in questo album sembra intravedere la possibilità di reinventarsi in un secondo debutto, piuttosto che accontentarsi di dare un normale seguito al collaudato “Discharge”.

Nonostante la sua provenienza sudamericana e la sua cover dalle ingannevoli tonalità fluo ma tutto sommato insapore, “2 Make U Cry & Dance” è un disco solido e prodotto bene che diverte secondo quello standard americano alla David Lee Roth (“Thy Kingdom Come”) che in tanti abbiamo imparato ad apprezzare, in grado di assorbire tutta l’energia sprigionata dal suo indiavolato cantante per poi restituirla sotto forma di undici tracce diverse tra loro, senza dubbio dirompenti quando eseguite dal vivo. Che si tratti di blues, classic o funk, la cura metallica e rinvigorente alla quale il quartetto sottopone qualsiasi cosa gli venga in mente porta sempre i suoi frutti, restituendo brani tirati ed un album che non lascia nemmeno il tempo di prendere fiato prima della sua fine. Muovendosi con agilità dal coro più elementare (“By The Name”) all’arrangiamento più complesso, e ritorno sulle onde di un trascinante power-funk (“Saddest Funk Ever”, appunto), gli Electric Mob appartengono alla schiera delle band felici che hanno evidentemente ascoltato ed imparato molto, decidendo di non capitalizzare sul marketing delle proprie origini a favore di un approccio più convenzionale, internazionale e mainstream (alla Girish and the Chronicles, che di indiano non hanno niente). E quando il risultato suona così solido, una scelta che ad alcuni potrebbe sembrare malinconica e dolorosa si rivela in realtà come quella più giusta ed efficace.

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