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El Caco – Recensione: 7

Nome spagnolo (in italiano “il ladro”) ma nazionalità norvegese, torna sul mercato discografico l’ensemble de El Caco, giunto alla settima prova in studio intitolata semplicemente “7”. In quindici anni di attività, il gruppo norvegese ha sperimentato numerosi canali espressivi, partendo da una chiara derivazione stoner vicina ai Kyuss e a band simili (“Viva!”, 2001) per approdare sui lidi di un metal moderno e sperimentale influenzato da Tool e Neurosis che pareva aver raggiunto una forma definitiva in occasione dell’ultimo “Hatred, Love & Diagrams” (2012).

In realtà il three-piece non sembra aver ancora trovato un’identità stabile e questa volta lo vediamo alle prese con una sorta di recupero delle sonorità precedenti, combinate a un hard rock energico ed orecchiabile. E’ tutto perfetto nella forma, ma i nostri confermano una certa difficoltà a stabilirsi su dei canoni sonori specifici, spingendosi verso uno stile intrigante ma non molto fantasioso.

“7” raccoglie in meno di trenta minuti, otto brani chiassosi e stradaioli snelli e gradevoli ma che probabilmente non entreranno nella memoria collettiva. “Curious” apre le danze e subito mette in luce un modus operandi ben definito, da vedersi in una traccia veloce, leggermente sporca come vogliono i dettami del vecchio stoner ma soprattutto ficcante, dotata di un refrain canterino e una melodia portante di semplice fruizione.

La successiva “Sickness” (insieme a “Reach Out”) rispolvera in parte la vena più versatile e metallica, con un brano sostenuto e più complesso, ma si tratta di un’eccezione, poiché la massima parte dei pezzi propone dinamiche melodiche e festaiole che ammiccano a un pubblico più vasto di quello legato per consuetudine al panorama stoner. Parlano bene in questo senso “Ambivalent” e “The Silver Light”, due episodi piacevoli dove la voce di Osa (anche bassista) si fa quanto mai ammiccante, nonché la semiballad “Limbo”. Anche laddove il gruppo fa qualcosa di diverso, ad esempio nella strumentale “In Space All Huge Beasts Just Seem Tiny”, una sorta di space rock lisergico, la melodia vincente resta sempre in primo piano.

Sia chiaro, “7” non è un brutto disco, si ascolta con piacere ed è pure parecchio intrigante, fatto sta che i nostri sembrino aver messo di propria volontà il freno a mano a potenzialità espressive decisamente più sviluppate. D’altronde, se in quindici anni non ci hanno ancora regalato un lavoro che abbia superato lo scoglio del tempo, significa che qualcosa non va. Perché accontentarsi quando si potrebbe fare molto di più?

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