Edge Of Forever – Recensione: Ritual

Sesta tappa di un cammino ormai ben consolidato, “Ritual” rappresenta in particolare il terzo tassello dei nuovi Edge Of Forever, quelli tornati sulle scene nel 2019 e formati da Aldo Lonobile (Secret Sphere, Sweet Oblivion) alle chitarre, Nik Mazzucconi (Labyrinth, Sunstorm) al basso, Marco Di Salvia (Hardline) alla batteria ed Alessandro Del Vecchio (Hardline, Jorn, Revolution Saints) a voce e tastiere. Una formazione affiatata e dall’alto tasso tecnico che ha saputo sempre confermarsi anche dal vivo, finendo con l’identificarsi con una delle realtà italiane di maggior caratura internazionale. “Ritual” si propone di continuare il nuovo corso incentrato su cori avvolgenti e pesanti chitarre, e per dare ulteriore sostanza al tutto sceglie per sé la natura di un concept album: il disco infatti narra la storia di due piccoli gemelli indigeni alla prese con una società che vuole omologarli e distaccarli per sempre dalla loro cultura e dalla loro lingua. Una storia che parla di identità e linguaggio, dunque, ma anche di orgoglio e sentimenti, affidandosi alla punteggiatura dell’hard rock per dare corpo ed anima ai tredici capitoli lungo i quali si sviluppa.

Il bianco e nero della copertina, nella sua nuda ed essenziale bidimensionalità, sembra in un certo senso alludere ad una ricerca dell’essenziale che si esprime già a partire dalla prima traccia. “Where Are You?” suona infatti particolarmente fresca e dinamica, con una formazione desiderosa di ribadire ancora una volta il proprio affiatamento e la propria notevole sicurezza: dalla potenza dei cori all’eleganza degli arrangiamenti ai quali gli Edge Of Forever ci hanno ormai abituato (“Forever’s Unfolding”), l’incipit è scoppiettante ed esaltato da una produzione all’altezza delle aspettative (anche se una critica al file in bit-rate variabile offerto da Frontiers non la posso risparmiare).

Più di tutto salta all’orecchio l’esplosività di questo nuovo lavoro, che sembra intenzionato a liberarsi una volta per tutte di quell’eredità AOR che – come scrivevo nel 2019 commentando “Native Soul” – continuava a tarparne un po’ le ali e comprometterne la resa. Al contrario, la forza della storia che “Ritual” racconta richiede tutto il nervo esibito da una “Freeing My Will” capace di combinare al meglio ritmo e melodia, anche grazie ad una sezione ritmica in grado di supportare ogni tipo di evoluzione chitarristica (“Revert Destiny” è una delizia che non potrebbe esistere senza questa coesione). La bella impressione è quella di trovarsi di fronte ad un lavoro concreto e finalmente libero da orpelli, meno scintillante e concentrato sulle caratteristiche della narrazione (tormentata) che abbraccia. L’interesse per la storia dei nativi americani, che ha spesso caratterizzato la produzione della band italiana, trova qui una nuova spinta ed una nuova motivazione (“The Last One”), grazie ad un rock vibrante e potente che mette al centro la trama, il succo, la vita stessa. La bellezza quasi spudorata delle orchestrazioni, come nella title-track, non prende mai il sopravvento su tutto il resto: l’album sembra sempre focalizzato sulla natura del suo messaggio, la mano che lo governa è ferma come forse mai prima d’ora e, come si conviene ai lavori veramente longevi, è solo ascoltando poco alla volta che si possono apprezzare il dettaglio e la cura riposte in questa sesta uscita.

Ritual” è un disco ambizioso per la sua natura di concept, per la profondità delle tematiche trattate e la bellezza delle parole scelte per farlo (“Love Is The Only Answer”), per le sue melodie eleganti ma mai realmente catchy né svendute. Se proprio si volesse trovare il pelo nell’uovo, paragonando “Ritual” ad un – chessò – “Empire” (Queensryche, 1990), si potrebbe dire che il prodotto italiano non ha ancora la stessa capacità evocativa né possiede una paragonabile efficacia melodica, una circostanza sulla quale influiscono allo stesso modo i meriti artistici ed un contesto mutato, oggi più affollato e forse creativamente meno fervido. I paragoni impropri in ogni modo finiscono qui e nulla tolgono alle qualità di un disco nel quale la perfezione formale ha ceduto il passo al cuore ed alla voglia di evolvere, gettando anche la band in territori meno convenzionali (vedi l’apertura strumentale di “Tanting Souls”), quasi a voler vivere sulla propria pelle quella sensazione di spaesamento, solitudine e progressiva consapevolezza dalla quale la sua complessa narrazione prende spunto. E raccontando le vicissitudini di due piccoli protagonisti, alle prese con un mondo ostile dal quale dovranno difendersi, gli Edge Of Forever sembrano aver definitivamente imboccato la strada giusta per diventare (ancora più) grandi.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2023

Tracklist: 01. Where Are You? 02. Water Be My Path 03. Freeing My Will 04. The Last One 05. Love Is the Only Answer 06. Forever’s Unfolding 07. Ritual Pt. I 08. Ritual Pt. II Revert Destiny 09. Ritual Pt. III Taunting Souls 10. Ritual Pt. IV Baptized in Fire 11. Ritual Pt. V Ride the Wings of Hope 12. Ritual Pt. VI Cross My Eyes 13. Ritual Pt. VII Reconciliation
Sito Web: facebook.com/edgeofforeverband

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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