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Eclipse – Recensione: Megalomanium

Ah, gli Eclipse… Una band dalla produzione così costante, sia dal punto di vista numerico delle uscite che da quello della qualità artistica, che a volte ti chiedi se davvero sia necessario (ri)presentarli e recensirli. E per una volta quello “stellar songwriting” del quale sono accreditati da Frontiers non sembra un’espressione esagerata né fuori luogo, perché è proprio alla fluidità della scrittura che questo gruppo deve tante delle sue fortune. Forse il loro rock non passerà alla storia per la pura profondità delle composizioni o l’unicità di ogni singolo album, dal momento che l’uniformità stilistica che li ha caratterizzati dagli esordi ha subito continue rifiniture ma non certo scossoni, ma è allo stesso tempo innegabile la capacità degli svedesi di offrire brani immediatamente convincenti ed accessibili, spesso grazie alla fusione di pochi e semplici elementi: gli oltre cento milioni di riproduzioni generate sulle piattaforme di streaming saranno anche un dato che non scalda il cuore, ma l’idea la danno egregiamente. “Megalomanium” è dunque il decimo capitolo di una band dall’appeal facile ed intercontinentale, quasi a testimoniare che dell’immediatezza del loro sound nessuno – ed a nessuna latitudine – ha la benchè minima di lamentarsi. L’album si apre con una traccia romantica nel testo ma musicalmente d’impatto, priva di punti morti come da tradizione del quartetto fronteggiato da Erik Mårtensson: merito anche del risalto da sempre dato alle ritmiche di chitarra ed all’instancabile batteria di Philip Crusner, il quadro d’insieme è quello di un rock moderno e frizzante, melodico e caratterizzato da un tiro costante.

Eclipse - "The Hardest Part Is Losing You" - Official Music Video

Sui ritornelli non è necessario scrivere molto: questa è una formazione che non ne ha praticamente mai sbagliato uno, senza peraltro dare l’impressione di trascurare tutto il resto. Diciamo allora che gli Eclipse si confermano maestri nel coltivare l’attesa, anche quando il chorus non va oltre una cantabilità tutto sommato normale e dal vago sapore folk: ascolti una “Anthem”, ad esempio, ed il senso di liberazione che provi nell’accompagnare con la voce un brano che svolge semplicemente il suo lavoro, senza ricercare complicazioni inutili, è un regalo tanto più bello quanto più pesanti sono i pensieri dai quali vuoi staccarti. Nella presentazione del disco si parla anche della volontà in capo ai quattro di avventurarsi in territori inesplorati, un intento più lodevole che credibile, dal momento che (per fortuna) questi sono esattamente gli Eclipse che ti aspetteresti ad ogni nuova uscita: “High Road” è la versione pompata di un brano che hanno già proposto in ognuno dei nove dischi che hanno preceduto questo e, se parlare di varietà sarebbe una concessione forse troppo generosa, lo spirito punk di “Got It!” oppure il riffing alla Black Sabbath di “Children Of The Night” ci presentano almeno gli Eclipse sotto una luce diversa, che non fa altro che confermare la leggerezza con la quale si ascoltano i loro dischi ed il sano divertimento che se ne guadagna.

Se proprio una critica innocente si può muovere a “Megalomanium”, questa è forse la mancanza di chiaroscuri. Il mood generale è infatti orientato alla luminosità ed alle note acute (“Hearts Collide”), mentre a tratti si sente la mancanza della schitarrata scura e pesante che in altre occasioni è stata dispensata a piene mani: qui tutto è leggermente più pop e corale (“I Don’t Get It”), al punto che – se non si rischiasse di incorrere in generalizzazioni e generare fraintendimenti – si potrebbe definire questo decimo lavoro come uno dei più americani del loro percorso, che ogni tanto ho avuto l’impressione di ascoltare qualcosa tra Bon Jovi, i Fozzy di Chris Jericho e Green Day, per quanto piacevole. Con i suoi trentotto minuti, “Megalomanium” dura il giusto e diverte molto, senza ballad e senza glutine, a patto di trovarsi sulla stessa lunghezza d’onda di un lavoro fatto per piacere subito e dappertutto, come la lunghezza contenuta di ogni singolo brano sembra testimoniare. E nonostante la mancanza di qualche traccia un po’ più euro/nordica si potrebbe anche far sentire, giusto per avvertire quel cicinin di neve e nervo, riesce davvero difficile togliere spazio alle lodi per portare in primo piano l’insignificante pagliuzza. Questa non è una pietra miliare, né nella carriera degli Eclipse né nella storia dell’hard rock moderno, ma una testimonianza fresca ed inequivocabile della bravura di una formazione che mai tradisce i suoi fan, la sua etichetta discografica e soprattutto se stessa. Non è poco.

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