Durbin – Recensione: Screaming Steel

Nato in California ed accostato per il suo timbro vocale a Steven Tyler, Sammy Hagar e Rob Halford, James Durbin ha già pubblicato quattro album, nell’ultimo dei quali esibiva (eravamo nel 2021) “la voglia di trasmettere entusiasmo, senza provare a rivaleggiare con i vecchi classici, finendo magari per riproporne pallide imitazioni, ma cercando di metterci del proprio”. Finalista di American Idol e successivamente collaboratore tra gli altri di Stevie Wonder, Zakk Wylde, Sheryl Crow, Tom Jones, Mick Mars e Steel Panther, senza contare il periodo da frontman con i Quiet Riot, è indubbio che Durbin ed i suoi trentacinque anni fossero i candidati perfetti per una carriera solista al sole di Napoli, motivo per il quale l’interesse di Frontiers nei suoi confronti appare del tutto giustificato. Prodotto da Aldo Lonobile e suonato – oltre che dallo stesso chitarrista italiano – da Luca Birotto (chitarra), Mike Roberts (basso) e Marco Sacchetto (batteria), questo nuovo “Screaming Steel” si compone dunque di dieci tracce con il belligerante titolo che ne lascia intuire le coordinate stilistiche: se alla domanda avete risposto “US Heavy Metal” avete vinto un premio, ma piccolo perché non è che fosse così difficile. E se il titolo “Screaming Steel” non fosse stato sufficiente, l’openerMade Of Metal” non ha nemmeno bisogno di essere ascoltata per spedirci dritti dritti dalle parti di Manowar e Judas Priest, solo in salsa più squisitamente radiofonica. Grazie ad una linearità ed una pulizia che richiamano soprattutto i primi, l’ascolto di questo disco si presenta subito facile e particolarmente ordinato, complice una produzione che – benchè non sterile – mette ogni cosa al suo posto affinchè sia proprio la prova di Durbin ad essere messa in rilievo.

Come anche noi stessi avevamo evidenziato in passato, il cantante americano “non ha la potenza di Ronnie James Dio o di Bruce Dickinson, le note impossibili del giovane Tate e nemmeno la voce tagliante di Halford, ed è, paradossalmente, la consapevolezza di tale diversità ad aiutarlo a plasmare linee vocali più adatte al suo timbro e alla sua estensione”. Considerazioni che, a distanza di tre anni dall’ultima uscita, rimangono perfettamente valide a riprova di un percorso logico e consapevole: senza perdersi in inutili tecnicismi, Durbin bada anche in questa occasione al sodo, regalando tutti gli acuti che il genere richiede ma privilegiando la capacità espressiva ed un rigore formale (“Where They Stand”) grazie ai quali la sua proposta finisce col suonare anche personale e riconoscibile. Grazie ad un songwriting e ad una esecuzione che sembrano cogliere alla perfezione questo bisogno di ordine, nel quale Durbin è spinto a dare il suo massimo, questo metal mostra una notevole agilità ed una ricercata leggerezza, soprattutto grazie al contributo della sua sezione ritmica, ulteriormente esaltate da una produzione che – visto il piacevole risultato complessivo – ha saputo mettere ognuno a suo agio.

Nonostante l’apparente e parzialmente illusoria potenza della sua dialettica, “Screaming Steel” propone un heavy americano, moderno e melodico (“Tear Them Down”), che potremmo definire anche televisivo per evidenziarne la capacità di intrattenere in modo competente ma senza che nessuno dei suoi elementi – compresi i testi – scavi ed indaghi davvero nel profondo (“Beyond The Night”). Vuoi per il senso di controllo che aleggia su ogni traccia, vuoi per la buona ed appassionata interpretazione del cantante di Santa Cruz (“Power Of The Reaper”), ogni brano diventa così parte di un tutto organico e sensato, al punto che anche l’assenza di un vero e trascinante singolo finisce con il non pesare più di tanto in un quadro che alla ricerca del picco preferisce la costruzione di un supporto solido e tranquillizzante. Confezionato con un mix di amore e convinzione che arriva limpido all’ascoltatore, il nuovo album di James Durbin non rappresenta di certo una pietra miliare del genere, né possiede le caratteristiche per poter essere definito diverso, originale o particolarmente longevo, mancanze che soprattutto nella seconda parte fanno emergere un leggero senso di vuoto e ripetitività (“Blazing High”, “The Worshipper 1897”). Tuttavia, la lente sbarazzina e briosa utilizzata per cucire questi quarantuno minuti addosso alla voce ed all’attitudine del loro principale interprete con il vento in faccia merita un riconoscimento, anche per il modo in cui – grazie a questa felice intuizione – l’intera operazione si traduce in un risultato inaspettatamente asciutto, sobrio ed appassionato.


Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2024

Tracklist: 01. Made of Metal 02. Screaming Steel 03. Where They Stand 04. Hallows 05. Power of the Reaper 06. Blazing High 07. Beyond the Night 08. The Worshipper – 1897 09. Tear Them Down 10. Rebirth
Sito Web: facebook.com/DurbinRock

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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