Drift Into Black – Recensione: Voices Beneath The Rubble

Originari del New Jersey, i Drifted Into Black si sono formati nel 2018 come progetto personale del cantante e chitarrista Craig Rossi (ex-Grey Skies Fallen), ed è proprio nella forma austera di una one man band che sono stati pubblicati i primi due lavori “Dead Suns Under The Forever Moon” ed “Anthems From The Darkest Winter”. E’ però a partire dal 2021, anno che ha coinciso con la realizzazione del terzo full-lenght “Patterns Of Light”, che il progetto si è allargato con l’ingresso in formazione di Paul LaPlaca (basso e chitarre) e Klemen Markelj (batteria), musicisti che hanno successivamente contribuito – ad un solo anno di distanza – alla realizzazione di “Earthtorn”. Sia che si voglia considerare il percorso personale di Rossi, sia che ci si concentri su quanto prodotto dal gruppo allargato, la prolificità di questi americani dediti al doom melodico non passa inosservata: con quattro album pubblicati nel giro di cinque anni, è evidente che questi discepoli di Candlemass, My Dying Bride, Paradise Lost ed Amorphis abbiano tanto da dire, con il nuovo “Voices Beneath The Rubble” ad ampliare ulteriormente la loro densa discografia. Pubblicato dalla svedese Black Lion Records, l’album promette un malinconico viaggio di un’ora articolato in dieci tracce, molte delle quali intrise di elementi sinfonici (“The Horns Of Despair”) e caratterizzate da un’estensione che si assesta tra i sei e gli otto minuti, un dato che lascia inizialmente intuire un approccio piuttosto puro, ortodosso e conservativo al genere.

In realtà basta avvicinarsi ai primi ritornelli per capire come il doom del trio fronteggiato da Rossi veda nella sua natura bifronte una ragione d’esistere: se infatti le ritmiche sono languide, trascinate e generalmente decadenti, chorus e batteria possiedono una vivacità brillante, a tratti perfino incalzante (“In Turmoil”), che ad occhio e croce metterei in una galassia sospesa tra “Something In The Way” dei Nirvana (1991), i Katatonia di “The Great Cold Distance” (2006) ed i Ghost di “Meliora” (2015). Il cantato è pulito e competente, i contrappunti davvero sfiziosi (“The Great Machine”) e – sia detto nel senso più politicamente corretto possibile – il feeling autentico e tipicamente europeo. L’immaginario evocato è spesso quello del cinema muto, dai viaggi sognanti di Georges Méliès (“Viaggio nella Luna” è del 1902) alle deformazioni distopiche di “Metropolis” di Fritz Lang (1927), con le orchestrazioni che brano dopo brano si fanno sempre più presenti (come nel caso della cinematografica title-track) con lo scopo di portare luce, coralità e speranza in un quadro che – va detto – non attinge mai a tonalità troppo oscure. Da questo punto di vista, la ricerca della formazione americana si compie più in senso orizzontale, nel senso che il mood rimane generalmente romantico ed immutato, per quanto diversamente declinato. Si ha insomma la sensazione che la retorica ed il linguaggio utilizzati da “Voices Beneath The Rubble” siano sempre gli stessi, per quanto alcuni episodi si segnalino per l’eleganza della sintesi che riescono a realizzare: si tratta delle tracce più mature e bilanciate, come ad esempio “Last Hope”, “December” e “What’s Left In The Fire”, che grazie al loro songwriting ispirato risentono meno dei limiti di una produzione non sempre adeguata ad esaltare un progetto certamente complesso ed ambizioso. Se c’è infatti un piccolo neo che ancora impedisce il grande salto, questo è da ricercare in un suono a volte piatto, nel quale tutte le aggiunte trovano uno spazio che nel migliore dei casi è una sistemazione decorosa, appena funzionale.

Al quadro generale del disco manca una lettura dei differenti livelli, un passaggio tra gli strati, così come l’esaltazione e la giustificazione delle differenti consistenze che si incontrano lungo il viaggio. Manca una direzione artistica che faccia presagire quel qualcosa di pesante ed immanente che va oltre la singola traccia, mancano il deus ex machina e la soluzione furbetta, ed anche il coraggio – evidenziato invece dai nostri In Autumn – di portare questo doom fuori dai confini di una comfort zone fatta di voci languide, cori femminili e pianoforti in lontananza. Questo limite è tanto più evidente quanto le ambizioni del singolo brano ne risultano compromesse: è il caso ad esempio di una “Forever King” che mette tanta carne al fuoco (compreso un breve intervento di tastiera dal sapore decisamente prog), ma in un insieme disordinato del quale presto si comincia a confondere la traiettoria ed il senso. Un destino condiviso da una “Blood Storm” nella quale durata eccessiva e strisciante monotonia affondano il brano là dove riportarlo in superficie non sembra più possibile. “Voices Beneath The Rubble” è un lavoro che presenta diversi punti di interesse, perché quando le sue trame funzionano, nonostante la mancanza di una regia decisa in sede di produzione, lo fanno in un modo marino che affascina e coinvolge (“Turning Of The Tide”), al pari delle grandi band alle quali Rossi, LaPlaca e Markelj fanno riferimento. Allo stesso tempo, però, non si può negare come il livello di maturità e rifinitura esibito dai tre americani non sia del tutto coerente con il percorso di una band con quasi dieci anni di attività alle spalle e cinque album all’attivo.

Etichetta: Black Lion Records

Anno: 2024

Tracklist: 01. The Horns of Despair 02. In Turmoil 03. The Great Machine 04. Voices Beneath the Rubble 05. Last Hope 06. Forever King 07. Blood Storm 08. What's Left In The Fire 09. Turning Of The Tide 10. December
Sito Web: facebook.com/driftintoblack

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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